Impossibile fare silenzio intorno all’Iran – di Mariagrazia Enardu

Un paese, anzi un regime, fortemente detestato dai vicini (sauditi) e dai lontani (USA etc) è da giorni in tumulto. Dimostrazioni, morti, tutto sommato ancora pochi, considerando le dimensioni della protesta. Le ragioni di base sono semplici: aumento dei prezzi, disoccupazione, in un paese di grandi potenzialità umane ed economiche. Le ragioni politiche sono più sfuggenti: forse la componente conservatrice rimesta contro il moderato presidente Rouhani, solo che in Iran a rimestare si perde il mestolo e il bollente calderone. Ma un causa di fondo è chiara da sempre, e non sopprimibile: è un paese giovane, scontento, senza speranze, deluso soprattutto nella componente delle donne giovani, istruite e due volte disoccupate. Che la situazione sia grave lo si vede dall’ancora scarso ruolo della polizia, e dal vigilare ai margini delle guardie della rivoluzione, nerbo del regime e brutali per definizione. Quando interverranno finirà malissimo, ma tutti in Iran sanno che il malissimo coinvolgerà la repubblica islamica, se non ora, al prossimo giro. Perché la molla della rivolta è sempre carica, sono i giovani e sono tanti. A differenza del 2009, sono scesi in piazza soprattutto i più poveri e non c’è una leadership di riferimento, e questo è di per sé fattore di altissimo rischio.

Ma la cosa che inquieta di più viene da fuori e la possiamo chiamare Trump. Mai bocca in grado di tacere, Donald ha twittato a sostegno dei dimostranti. Che di tutto hanno bisogno fuorché di lui, anzi se c’e un argomento che unifica il paese, dai reazionari ai ribelli, è Trump, garantito. Anche perché molti nella sua amministrazione vogliono la revisione degli accordi sul nucleare iraniano, e per loro le difficoltà del regime sono benvenute, senza un minimo di prospettiva. Che invece hanno gli europei, lo si vede dal loro silenzio, impotente più che rispettoso.

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