Le nostalgie che suscita Marchionne…

di Michele Giardino.

Di sicuro è un mio limite, ma davvero c’è qualcosa che non arrivo a capire nelle cose che dice sull’operazione Fiat-Chrisler un grande intellettuale e profondo conoscitore della realtà FIAT (e di quella italiana), quale Furio Colombo.

Che da un lato parla di un’operazione “immensa”; di un colpo da maestro che lascia stupite le Borse e ammirati i manager e il cui effetto è che la terza industria automobilistica americana è italiana. Ma dall’altro si chiede, adottando un’ottica opposta, se invece non sia la Fiat ad essere diventata la parte minore ed estera di una grande azienda americana, senza però spiegare, salvo errore, che cosa precisamente lo induca a porsi questa domanda.

Ciò che a me fa venire un dubbio vero, anzi due, come cerco di spiegare brevemente.

La trattativa, osserva Colombo, ha permesso di lasciare in sospeso gli investimenti, gli insediamenti, i milioni di ore di cassa integrazione, la non produzione e le non vendite italiane, mentre Detroit filava (e fila) a gonfie vele. Vero, anche se in realtà Detroit ha preso a “filare” quando la trattativa, a parte la pendenza con il Fondo sindacale risolta in questi giorni, era chiusa da un pezzo. Post hoc, ergo propter hoc, direbbe qualcuno. Ma a parte ciò, davvero si può credere che problemi come quelli sopra elencati potessero essere affrontati e risolti mentre prendeva forma il più grande “merger” industriale USA-Europa degli ultimi decenni, per di più fra due gruppi diversi in tutto, anche nelle crisi che affliggevano entrambi?

E’ del pari vero, altra osservazione di Colombo, che nel corso di una crisi tutta economica e tutta industriale, non si è mai discusso di Fiat, del suo peso, del suo futuro italiano. Ma è stata la trattativa ad impedirlo? O non sarà stato invece che la proprietà, stanca dei cori di dubbi, eccezioni, pregiudiziali e alternative fantasiose che sollevava la manifestazione anche di minimi propositi di vero rinnovamento, ha cercato una soluzione ai suoi problemi muovendo in un’altra direzione, coerente con quel fenomeno di globalizzazione – delocalizzazione che non si può esorcizzare come un fastidioso incidente che prima o poi sarà superato: magari lo fosse! E lo ha cercato nell’area nord americana, il mercato più difficile, crisi o non crisi, disponendo di risorse finanziarie modeste, ma con l’audacia di un progetto vero, sostenuto da profonde convinzioni sugli sviluppi di mercato attesi.

Con quale risultato?

Dice Colombo: la proprietà della Chrisler è ora saldamente controllata dagli azionisti italiani; Mirafiori resta a Mirafiori e il Lingotto resta al Lingotto, con qualche dubbio (ma tipico del brutto momento) per le sedi minori. Ma poi, quasi pentito, afferma: “Una grande azienda americana, salvata da un bravo manager libero da nostalgie e legami, ma anche da qualunque senso di appartenenza, ha comprato la Fiat che diventa, da adesso, la rappresentanza italiana del compratore”.

Ma allora, mi chiedo, ecco il primo dubbio, chi e come ha comprato chi? Perché, questo è certo, un cambiamento, e che cambiamento, c’è stato davvero.

Un Furio Colombo non può cadere in contraddizione . Ma allora, forse la sua incredulità si basa sulle modalità di pagamento di questa che, se pure decisiva, è, attenzione, solo l’ultima quota azionaria? I soldi che si muovono sono in gran parte della Chrysler, è vero, ma si tratta di dividendi anticipati, cioè di utili regolarmente conseguiti e per il resto di liquidità Fiat, “senza avventure bancarie e senza aumenti di capitale” (così Colombo). Dunque si tratta dell’applicazione di una comune regola di gestione “tipo Holding”: si investono risorse liquide di pertinenza di soggetti appartenenti al Gruppo e liberamente disponibili, in un’espansione del Gruppo stesso pianificata in ogni particolare, tecnico e organizzativo oltre che, appunto, finanziario.

Ed è forse proprio questa logica “di gruppo” applicata senza riguardo per le frontiere (che qui sono continentali), ciò che sconcerta e confonde.

Partendo dalla malinconica constatazione che la Fiat è stata “in passato un simbolo importante come una bandiera” (sic! Ma quante altre bandiere sono state e sono tuttora sventolate contro di essa?), Colombo si dice convinto che, anche se “l’economia formale mostra che la Fiat è la nuova padrona… l’economia materiale farà capire presto che Fiat (la Fiat di Torino, di Agnelli e, come piaceva dire in questo Paese, la grande industria degli italiani) adesso è una filiale di una grande azienda americana…”. E conta poco che comunque “si tratti di un ottimo affare per alcuni azionisti, e per alcuni manager” e anzi, se si bada al tono, sembra che proprio questo buon esito sorprenda e un po’ sconcerti in un’operazione persino un po’ sospetta (non “etica”?).

Tralasciando la questione che si ripresenta del chi controlla chi, ciò che qui sembra profilarsi è l’amara nostalgia per un mondo che non c’è più né mai più tornerà: Torino, Agnelli, l’industria “degli italiani” (in realtà di alcuni italiani); e, coerentemente, la difficoltà di accettare la realtà che ha preso il posto di quel mondo. Una realtà che si riassume, nella visione di Colombo, “.…negli alti e bassi di un altro mercato in cui non contiamo” e nella quale l’Italia non ha più la Fiat, cosa che qualcuno dovrebbe dire, secondo lui, agli inconsapevoli Letta Napolitano.

Ed è proprio qui che trova conferma il mio secondo dubbio.

Da dieci anni almeno, un ceto dirigente terribilmente vecchio ma graniticamente deciso a non mollare, ci subissa grazie ai media di interessati fiumi di parole, sociologismi scivolosi e formule astratte sul grande tema dell’internazionalizzazione, globalizzazione, finanziarizzazione dell’economia, con cui tenta di esorcizzare i moniti preoccupati di studiosi seri ed esperti veri, secondo i quali va preso atto di una realtà in continua e vertiginosa evoluzione e ne vanno tratte le conseguenze. Inviti sempre respinti con accuse di astrattezza e insensibilità alla sempre “speciale” realtà italiana. Ma ecco che irrompe in scena un vera iniziativa finanziaria e industriale finalizzata a portare in un’orbita “globale” un importante gruppo industriale italiano che languiva su un puntino quasi invisibile di un frastagliato quadratino della mappa mondiale, che sono rispettivamente l’Italia e l’Europa, per di più con stupefacente successo.

Proprietà e management Fiat, guardando quella mappa, hanno creato le condizioni per iniziare a muoversi su di essa come Gruppo internazionale tendenzialmente protagonista, non come industria anacronisticamente (e inutilmente) attenta al mercato interno, e presente su quello globale solo con sia pure apprezzati prodotti di nicchia: nessuno sa se vinceranno la scommessa, ma ora che hanno cominciato, non si fermeranno di certo. La Fiat è stata in passato, lo dice Colombo, “un simbolo importante come una bandiera”: ciò che serve è che continui ad esserlo, dando ad altri gruppi ed altri manager la prova che si può credere in sé stessi e nelle proprie capacità, abbandonando dispute fuori tempo che contrabbandano per “politica industriale” nostalgiche operazioni protezionistiche, con motivazioni che, è stato giustamente osservato, ricordano l’inutile e imbelle nobiltà di intenti del calviniano “Cavaliere inesistente”.

Perché, se c’è qualcosa di questa operazione che suscita meraviglia, è che sia stato possibile portarla a compimento nonostante una normativa invecchiata, la prassi e le abitudini di giudici e burocrazia, e direi a dispetto della tragica inadeguatezza – che è ormai la “communis opinio” – di una classe politica divenuta autoreferenziale per responsabilità e distrazione di noi tutti, e del terrore che incute ad un intero ceto dirigente la prospettiva di navigare in mare aperto.

,

2 Commenti a Le nostalgie che suscita Marchionne…

  1. andrea dolci 5 gennaio 2014 at 12:42 #

    Perchè meravigliarsi ? Io credo invece che la assoluta inadeguatezza italica sia stata una delle molle che ha spinto Marchionne e la proprietá a lanciarsi nell’avventura oltreoceano.

  2. Jacopo Svetoni 6 gennaio 2014 at 00:05 #

    5 anni i piani erano leggermente diversi.
    Ricordate?
    http://www.ilfoglio.it/soloqui/2261
    Ma poi i sindacati tedeschi e la Merkel preferirono una strada diversa.
    http://video.sky.it/news/economia/opel_gm_ha_deciso_di_vendere_a_magna/v42963.vid

I diritti d'autore appartengono alle rispettive firme. Santalmassiaschienadritta.it è uno spazio aperto a disposizione dei lettori.
La qualità del sito dipende anche dalla vostra collaborazione. Sappiate che inserendo dei commenti dovrete seguire le regole del sito e sarete gli unici responsabili di quel contenuto e delle sue sorti.