Nella Cina degli orrori, diventata vecchia prima che ricca

di Renata Pisu

Già correva voce, già si sperava che la politica del figlio unico sarebbe stata abbandonata quando milioni di coppie formate da figli unici, sarebbero giunte all’età in cui si pensa di mettere su famiglia. Così è stato, almeno per loro il divieto a mettere al mondo più di un figlio è venuto meno e, in pratica, la misura si estenderà anche alle coppie non formate da figli unici che sono tantissime, più di quante i pianificatori statali avessero mai previsto. Infatti, nessuna legge è mai stata tanto invisa come questa che colpiva nella sua più intima trama il tessuto della società cinese e negava il diritto a perpetuarsi giudicato inalienabile anche da chi di diritti ne aveva assai pochi. Sono così nati illegalmente milioni di bambini chiamati “neri”, oggi diventate persone nere non iscritte all’anagrafe, fantasmi che si aggirano negli interstizi di un mondo che per modernizzarsi ha pagato il prezzo più alto, quello della propria carne e del proprio sangue. Sono forse quaranta i milioni di bambine mai nate, altrettanti se non di più i maschi sacrificati in modo crudele. Come ciò avvenisse ce lo racconta in “Le Rane” Mo Yan, premio Nobel per la letteratura: una donna al nono mese di gravidanza vien fatta abortire poche ore prima del parto perché se il bambino venisse alla luce naturalmente e emettesse anche un solo vagito, dovrebbe essere considerato un cittadino e eliminarlo sarebbe un omicidio, ma se lo si strappa dal ventre di una madre colpevole di aver già messo al mondo un altro figlio, allora si agisce secondo la legge.
Oggi che viene abbandonata la politica tanto osteggiata del figlio unico che è stata imposta con severe sanzioni, ci si domanda se sia servita anche solo parzialmente a frenare la crescita della popolazione, una questione che in Cina si pose quando a metà dell’Ottocento si raggiunsero i 420 milioni di abitanti, sette volte più di quella che in passato aveva assicurato l’equilibrio. Mao però di controllo delle nascite non voleva neanche sentir parlare. Scriveva: è un bene che la Cina sia così popolata…le persone che nascono non sono bocche da sfamare, sono anche nuove braccia per il lavoro.
Che dire, era una sua opinione e chi la osteggiò come il demografo Ma Yinchu fu messo alla gogna come seguace di Malthus e fu una delle prime vittime della Rivoluzione culturale. Poi vi fu la virata, divenne impellente controllare la crescita della popolazione e fu allora, nel 1978, che la Cina adottò una politica tanto restrittiva che avrebbe dovuto portarla, intorno al 2100, a una decrescita felice della popolazione stabilizzata sui 700 milioni di abitanti. Sarà mai possibile?
Oggi come oggi, chi ha voluto giocare all’apprendista stregone suscitando forze che mai l’uomo aveva di propria volontà evocato lasciando invece fare alla natura, si trova a dover fare i conti con una realtà sociale stravolta che forse non aveva messo in conto. Maschi che superano di numero le femmine, cosicché sono molti coloro destinati a non trovare moglie, a meno che non la comprino. Fiorisce infatti il mercato delle ragazze da marito, spesso rapite nelle loro provincie natali e messe all’asta lontanissimo da casa. Anziani lasciati senza nessuna assistenza dai loro figli unici mentre un tempo era nell’ambito della famiglia che ci si prendeva cura delle loro esigenze. Ma, si dice in Cina: «Siamo il primo paese che è diventato vecchio prima di diventare ricco». Una virtù, quella confuciana della pietà filiale, che sta scomparendo per forza di cose mentre i figli unici danno fondo a tutte le risorse familiari convinti come sono che il mondo gli appartenga, viziati e coccolati da quattro nonni tutti per loro. Ancora, bambini prima e ora giovani uomini e donne di serie A, quelli pianificati, senza sorelle e senza fratelli. Bambini e adulti di serie B che non hanno accesso a nessun privilegio, spesso migranti clandestini nelle grandi città. E infine l’impoverimento di tutta una terminologia familiare che rendeva stabile e gerarchicamente organizzato l’universo della famiglia, dove ci si rivolgeva ai congiunti con un ventaglio di termini di rispetto e di affetto: fratello maggiore, fratello minore, zia sorella della madre distinta da zia come sorella del padre, e così il nonno materno si chiama diversamente da quello paterno, con i cugini e le cugine poi non si rischia di confondersi perché tanti sono i gradi di parentela tanti i termini usati. La lingua si impoverisce come si impoverisce la ragnatela degli affetti in un paese che si è avviato a modo suo sulla strada di una non ancora non raggiunta modernità.

la Repubblica

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