L’importanza di chiamarsi Yitzhak

di Maria Grazia Enardu

In Israele, il partito laburista da parecchie tornate perde male le elezioni, in vari governi di destra ha affiancato il Likud, e solo alle ultime elezioni è rimasto fuori dal nuovo governo Netanyahu. Ora ha cambiato leader, notiziola insignificante ma forse no.

La leader dal settembre 2011, la giornalista e parlamentare Shelley Yachimovitch, aveva puntato sui temi economici, mettendo in secondo piano la questione che dovrebbe agitare ogni anima di sinistra in Israele, ovvero dare uno stato ai palestinesi, toglierseli dai piedi e riprendere una vita normale. Perché a quel punto, passata la fase di sconquasso per il ritorno di buona parte dei coloni e amarezze del genere. si ripiglia anche l’economia, un’economia di pace. Yachimovich dava inoltre l’impressione di essere una guida di ripiego, dopo la micro-scissione provocata dal suo predecessore, Ehud Barak. Pochi laburisti hanno partecipato alle elezioni del nuovo leader, rese necessarie dallo scontento di molti elettori e parlamentari ancora sotto shock per i risultati elettorali dello scorso febbraio, ma quei pochi avevano le idee chiare.

Il nuovo capo ha un cognome famoso e un pedigree aristocratico anche per un paese ex socialista ed egalitario come Israele. Si chiama Yitzhak Herzog, suo padre è stato presidente di Israele, suo nonno il gran rabbino d’Irlanda prima e di Israele poi. Mentre uno zio era Abba Eban, ministro degli Esteri molto noto negli anni ’70. E’ un “anglo”, il che vuol dire che parla un ottimo inglese e che ha ottime maniere, aspetto questo su cui il paese è carente, anche negli alti ranghi.

Herzog ha 53 anni, ha ricoperto vari incarichi ministeriali, dal 2005 al 2011, anche il ministero della Casa e delle Costruzioni, che in Israele ha un certo peso. Ma non era mai emerso al top. Ora dovrà dimostrare di cosa è capace, e gli facciamo assai sinceri auguri, ma è anche vero che arriva in scena in un momento cruciale, quasi favorevole. Netanyahu ha perso la sua personale battaglia sull’Iran e Israele è sempre più isolato sulla scena internazionale. E’ anche rientrato, dopo una lunga assenza per un processo, il ministro degli Esteri Lieberman, famoso per la sua capacità di provocare risse, dentro e fuori. I negoziati con i palestinesi segnano il passo, gli americani manifestano crescente irritazione e soprattutto hanno fissato una scadenza, a tarda primavera. Tutta la politica estera di Israele richiede una ristrutturazione e questo governo non può farla. Anche perché Netanyahu non controlla più nemmeno il Likud, ormai un partito di destra vera, che lo tollera a malapena.

Corre anche autorevole ed anonima voce che il povero Bibi vorrebbe – ora – firmare un accordo con i palestinesi ma sa che il suo partito glielo impedirà. Ci poteva pensare prima, molti anni fa, e a questo punto si profila un possibile scenario di guerra interna, tra Netanyahu e chi sta alla sua destra, con sorprese e capriole e in fondo – se questo percorso andasse per il verso giusto – il luccichio di un accordo di pace. Non nei tempi delle scadenze volute dal segretario di stato americano Kerry ma dopo.

In breve, una coalizione tra una parte del Likud, il partito di Lapid (ora al governo, e che ha sottratto molti elettori ai laburisti), i laburisti di Herzog, il partitino di Livni (ministro Giustizia e incaricata dei negoziati con i palestinesi), quel che rimane di Kadima e gli inevitabili religiosi sefarditi di Shas, lasciati fuori da questo governo e ansiosi di essere richiamati alle poltrone. Per arrivare e allargare la magica quota di 61 seggi alla Knesset mettiamo anche i socialisti (veri) di Meretz e pure, visto che siamo in fantapolitica, i seggi dei tre partitini arabi.

La potremmo chiamare coalizione della pace, sfascerà il paese e porterà all’infarto il capo dei servizi segreti interni, che dovrà tenere in vita il primo ministro e evitare attentati rovinosi, arabi e pure ebraici. Ma se israeliani e palestinesi firmano, su di loro si riverserà la benevolenza di mezzo mondo, il sollievo degli americani, la gratitudine degli europei, saranno contenti pure a Pechino.

Ecco, questo è quello che viene in mente quando il nuovo capo dei laburisti ha un cognome importante, ma ancora di più lo è il nome, Yitzhak. Come Rabin.

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