Editoriale

di Giancarlo Santalmassi

Giorgio Napolitano ha deciso: Letta (Enrico) deve presentarsi in Parlamento perché la maggioranza di governo è cambiata. Il Partito della Libertà è all’opposizione col nome di Forza Italia. Al governo è rimasta la costola alfaniana del Nuovo Centrodestra.
In più ha sussurrato (Giorgio) “Non vorrete mica far votare di nuovo un altro Preidente della Repubblica!”.
Così il Quirinale raggiunge due obiettivi. Anzi tre.
Da un lato il riconoscimento della discontinuità con la passata maggioranza, la decadenza di Berlusconi è un fatto importante che va sottolineato.
Dall’altro, l’irrobustimento del governo Letta. Con una nuova fiducia a poco più di un mese di distanza dalla precedente, Enrico Letta dalle intese meno larghe ma più omogenee, può finalmente fare quello scatto di reni richiesto da più parti.
Infine restituisce enormi responsabilità al PD. Infatti Letta capisce al volo e coglie la palla al balzo e dice che la fiducia si potrà discutere in parlamento ma tra dieci giorni, dopo le primarie del PD. E forse senza neanche il bisogno di dimettersi, dando il via al solito rituale delle consultazioni.
Ciò non vuol dire che la navigazione sarà più tranquilla. Le insidie sono molte.
Da un lato Alfano deve uscire un po’ di più dalla sua ambiguità iniziale (‘Caro Berlusconi sarai sempre il nostro riferimento’) e deve irrobustire il ‘quid’ sin qui mostrato. Scelta obbligata per un giovane (Alfano: 43 anni) che avendo ancora una vita politica davanti non vuole essere trascinato in fondo dal fallimento di un leader (Berlusconi: 77 anni), deve imporre una elasticità sconosciuta da sempre 20 al centrodestra.
Dall’altro un Letta (47 anni) che deve saper modulare il programma in modo da farlo digeribile per il Nuovo Centrodestra e non più indigesto al PD (che è alla vigila del suo congresso post ‘sconfitta’).
Non facile: ma se dopo le elezioni di Febbraio era nato un governo di scopo, ecco il momento di definirlo.
Limitatissimo, insegna l’esperienza.

Riforma della legge elettorale.
Una riforma istituzionale (e non l’universo mondo): basta l’abolizione del bicameralismo perfetto di Camera e Senato.
Taglio di tasse e spese: anche solo di un uno per cento in meno sarebbe una straordinaria inversione di tendenza.
La rissa intorno a Marino in Campidoglio, e a Cota in Piemonte dicono che il degrado avanza. Quasi oltre il punto di non ritorno.

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