Editoriale

di Giancarlo Santalmassi

Divisi ma alleati. Aveva visto giusto chi ascoltandolo sabato pensava all’estremo inganno di Silvio.
Le distanze tra i due tronconi dell’ex PdL oggi sono inferiori a quelle che hanno sfasciato un altro neorottame della politica: Scelta Civica.
Se così sarà, il centro sinistra dovrà prestare molta attenzione al discorso con cui Berlusconi ha dato pateticamente addio al suo passato degli ultimi 20 anni. Come sempre, mescolando un cinquanta per cento di verità a un cinquanta per cento di falsità, il leader (ex?) del centrodestra rimescola argomenti, carte e acque torbide. Persino il libro nero sul comunismo è riapparso accanto a Forza Italia.
Ma farebbe male il centrosinistra a inficiare quel contenuto nella sua interezza grazie alla palese falsità di una sua parte cospicua. Che uno degli uomini più ricchi del pianeta della finanza opaca sia il meno adatto a rimettere in sesto l’economia italiana è chiaro. Che il più indagato del pianeta sia il meno adatto a proporre riforme della giustizia è pacifico. Che il titolare massimo di conflitti di interesse sia il meno credibile nel proporre una repubblica presidenziale o una riforma della Costituzione pure.
Ma pensare di raccogliere il consenso restando quello che si è perché l’avversario ha le sue magagne, porterebbe verso altri cocenti e definitivi insuccessi elettorali.
Non si può più essere il partito della spesa pubblica, il partito delle tasse, il partito dell’intangibilità della Costituzione, della magistratura così com’è (dice nulla un Caselli che abbandona Magistratura Democratica?) della difesa a oltranza delle posizioni vetero-sindacali e pretendere di essere elettoralmente competitivi. Letta (Enrico) andrà avanti, con un occhio a Renzi (si dovrà accontentare delle primarie), e l’altro ad Alfano che si dovrà consolidare.
Se va bene, Alfano ha ragione: tra un anno, con una nuova legge elettorale, una diversa legge di stabilità più vicina a Bruxelles e con l’andata a regime dei provvedimenti del governo Monti, gli indici economici potrebbero puntare in alto.
O il centrosinistra fa la rivoluzione liberale (sì, quella che Berlusconi ha promesso e neppure tentato; sì quella che il centrosinistra non ha mai nè promesso nè tentato perché non è nella sua cultura politico-economica).
Oppure si ritrova al cinema.
Titolo: “A volte ritornano”.

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2 Commenti a Editoriale

  1. andrea dolci 18 Novembre 2013 at 16:43 #

    Purtroppo il PD e’ il partito della spesa pubblica, il partito delle tasse, il partito dell’intangibilità della Costituzione, della magistratura così com’è e della difesa a oltranza delle posizioni vetero-sindacali. Questo e’ quello che credono sia giusto i militanti dopo decenni di bombardamento ideologico è il fatto che uno come Cuperlo se la stia giocando all’ultimo voto per la segreteria ne e’ la riprova.
    E poi perche’ il PD ( ma per l’ex PDL valgono le stesse considerazioni) dovrebbe voler rivoltare il paese ? Quella burocrazia che uccide le aziende e’ la stessa che permette, ad esempio, alle imprese amiche di prosperare e di garantire al partito adeguati “finanziamenti” dal territorio. L’idea che “lo Stato e’ bello e buono” la cui immensa popolarità si e’ vista nell’occasione del referendum truffa sull’acqua pubblica e’ quella che permette la gestione dell’immenso poltronificio costituito dalle società partecipate.
    Sono troppo pessimista ? Forse anche se manca poco per capire come sarà il futuro del PD; lo capiremo da come si muoverà Renzi dopo la conquista della segreteria. Vedremo sa avrà il quid per rinnovare il partito o se invece preferirà accontentarsi del piccolo cabotaggio in stile democristiano, andazzo di cui peratro Letta mi sembra una fantastico interprete.

  2. michele 19 Novembre 2013 at 12:14 #

    Al commento breve quanto denso di Andrea Dolci, che si muove sullo stesso filo dell’editoriale, non c’è davvero nulla da aggiungere. Se mai, uno o due concetti da sviluppare.
    Che le aspettative dei militanti siano quelle, è certo. Però, e non da oggi, non sono sicuro, meno che mai dopo che Renzi è prevalso nelle votazioni nei Circoli, che le cose siano così semplici. Cerco di spiegarmi.
    Innanzi tutto, a guardar bene, quelle aspettative sono proprie di una logica di opposizione, cioè di difesa ad oltranza di un’area di libertà dalla paventata invadenza di una maggioranza di governo troppo potente. Logica molto diversa quando si conquistano responsabilità di governo, quando difesa dei valori costituzionali, rapporti con la Magistratura e con il sindacato, e figuriamoci tassazione e spesa pubblica assumono un ben diverso profilo da chi siede sui banchi del governo. Sono cose che la sinistra dovrebbe avere imparato, visto ciò che le è già costato non averlo capito prima.
    In secondo luogo, sempre a causa dei freschissimi esiti delle elezioni nei circoli del PD, sospetto che qualcuno stia uscendo dai fumi dell’ideologia, spaventato dalla confusione di idee e dal panico che regnano sovrani nella politica italiana, quanto meno dai giorni indimenticabili della rielezione di Giorgio Napolitano seguita al patetico pellegrinaggio al Quirinale: e così Cuperlo e Santi protettori (attenzione: mica solo D’Alema!) si girano sconcertati tra le mani la presunta contabilità dei voti, come appariva sino domenica scorsa.
    In terzo luogo, capisco benissimo gli scetticismi di Dolci sulla reale possibilità che i pilastri della “Ditta”, fatti di solido potere imprenditoriale, di governo di posti di lavoro, di affari di ogni genere sotto l’ombrello di un consenso politico da molto tempo legato più a quel potere che ad una comunanza di valori sempre più sbiadita, possano cedere alle pressini per quanto forti di Renzi e della sua squadra, ancora ignota.
    Ma è proprio qui il punto: gareggiando in perfidie con il “leader maximo”, il Sindaco gli ha mandato a dire che è inutile che si preoccupi della possibile distruzione del partito, visto che a questo ci hanno già pensato lui e i suoi.
    Ma ora tutto fa pensare che si avvicini il suo turno: e vedremo se il piccone della rottamazione di cui parlava (ora in verità ne parla meno) sia abbastanza robusto.
    Diversamente, temo che il destino di declino di un Paese che ce l’aveva fatta, ma non ha saputo darsi un serio modello di sviluppo moderno e soprattutto di una classe dirigente in grado di svilupparlo e gestirlo, sia malinconicamente segnato.

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