Cancellieri-Ligresti: potere e democrazia (di relazione)

di Alberto Statera

“Via il prefetto!” era il titolo di un articolo di Luigi Einaudi pubblicato sotto pseudonimo nel 1944, che proponeva l’abolizione del ruolo prefettizio introdotto con decreto napoleonico del 1802. “Viva il prefetto!” è invece sempre stato il motto del clan di Paternò, che ha coccolato in ogni modo schiere di cosiddetti servitori dello Stato: alti burocrati, direttori generali, magistrati amministrativi, autorità di controllo. Ma soprattutto prefetti. Non solo Annamaria Cancellieri.
Ma una generazione intera di quegli alti burocrati che in ogni parte d’Italia sono spesso l’anello di congiunzione tra la politica e le borghesie locali del potere e del denaro, che possono aprire o chiudere le porte di relazioni, carriere e spesso di affari.
Annamaria Cancellieri, che mercoledì alla Camera ha proclamato la sua innocenza con “parola di re”, non è l’unico prefetto che alberga da decenni nel cuore della famiglia Ligresti, che lei a sua volta ha nel cuore. Nella scuderia prefettizia ligrestiana tra i più intimi figurano Gian Valerio Lombardi e Bruno Ferrante, entrambi ex prefetti di Milano. Ed entrambi, come il ministro Cancellieri, abituali ospiti di riguardo dei Ligresti alla Cascina di Milano o al Tanka Village di Villasimius. Ma non proprio innocenti. Il primo, dopo aver guidato la prefettura di Firenze, dove Ligresti andò sotto processo per lo scandalo dell’area di Castello, approdò a Milano dove si distinse per aver ricevuto come se fosse un’alta autorità Marysthell Garcia Polanco, una delle olgettine delle cene eleganti di Arcore, facendole addirittura parcheggiare l’auto — onore riservato a pochi — all’interno della prefettura. Il figlio Stefano, avvocato, ha lavorato per Ligresti, come il figlio della Cancellieri. Il prefetto Ferrante, sconfitto dalla Moratti nella corsa a sindaco di Milano, dai Ligresti è stato addirittura assunto in una società del gruppo, prima di passare alla presidenza dell’Ilva.
Sono i nipotini di Enzo Vicari, famoso prefetto dell’era democristiana che Cossiga con ironia preconizzava Papa e che finì la carriera come amministratore delegato del gruppo Ligresti, che seguono le orme dell’augusto predecessore perché hanno scoperto che nell’italica democrazia di relazione da servitori dello Stato si fa presto a diventare uomini (o donne) di potere. Annamaria sarà pure innocente, come auto certifica dicendo da controllore di sé stessa che se avesse riscontrato qualche propria azione meno che corretta si sarebbe dimessa di sua iniziativa. E don Salvatore potrebbe mentire quando dice che le ha dato un aiutino con Berlusconi. Ma della scuola dei nipotini di Vicari il ministro fa parte a pieno titolo.
Correva il 1987 quando nella Milano craxiana da bere, di cui la famiglia Ligresti era azionista di maggioranza, la viceprefetto faceva le pierre in prefettura, ma anche per Antonino Ligresti, fratello di don Salvatore e proprietario di cliniche. Almeno questa fu l’impressione che ebbe il giornalista che intervistava Antonino con Annamaria al fianco. Il Ligresti fratello allora non era un qualunque medico vicino di casa dei Cancellieri-Peluso al 161 di via Ripamonti, ma era già un ricco imprenditore proprietario di case di cura, un impero che andò via via crescendo fino all’incidente della camera iperbarica del Galeazzi, che nel 1997 uccise 11 persone. Condannato per quell’incidente, cedette l’intero gruppo per 290 miliardi a Giuseppe Rotelli e si trasferì in Francia, dove ha creato la Générale de Santé, 106 ospedali e centri di riabilitazione con 24 mila dipendenti, tra i cui azionisti figurano Mediobanca e la De Agostini, con Lorenzo Pelliccioli vicepresidente. Quando l’estate scorsa intervenne presso la Cancellieri per sollecitare l’attenzione in favore di Giulia Maria che non sopportava il regime carcerario, Antonino stava perfezionando la vendita di 28 ospedali psichiatrici in Francia, un affare da centinaia di milioni, questa volta di euro. Per cui è un po’ risibile la sottolineatura che il ministro ha fatto dell’antica professione di medico della mutua di Antonino, come a lasciare intendere che le telefonate con lei e con il marito Sebastiano Peluso riguardassero la salute di uno dei due coniugi. Niente cure, ma solidarietà si, tanta. Perché quando nel 1981 Sebastiano Peluso finì in prigione a Lodi, l’amico Antonino si mise a disposizione. Il farmacista fu arrestato per lo scandalo delle fustelle false spacciate nella sua farmacia di via Val di Sole, ma ne uscì senza neanche la decadenza della licenza grazie a una sentenza del Consiglio di Stato ottenuta dall’avvocato Carlo Malinconico, che poi fu sottosegretario nel governo Monti insieme alla Cancellieri e incappò nello scandalo delle vacanze di lusso pagate dalla ‘Cricca degli appalti’. Certe volte sembra che tutto si tenga nei circoli del potere.
Non sembra però più tempo di amorosi sensi tra le due famiglie di establishment sopravvissute ai tempi di Craxi. Il capostipite Salvatore lancia sospetti sull’integrità del ministro, lasciando intendere di aver favorito la sua straordinaria carriera. La sua compagna Gabriella Fragni, intercettata al telefono con la figlia, dopo la telefonata umanitaria con la Cancellieri, rincara: “Gli ho detto: ma non ti vergogni di farti vedere adesso? Tu sei lì perché ti ci ha messo questa persona”. Ecco, don Salvatore e la sua compagna forse millantano, ma è certo che mentre il gruppo Ligresti franava massacrato dalla folle megalomania della famiglia, don Totò era ancora in grado, come ai tempi di Craxi, di mettere a frutto il rapporto con Berlusconi, intervenire, inquinare e forse persino suggerire nomi di ministri.
Annamaria Cancellieri è una donna simpatica, forse è stata anche una brava funzionaria dello Stato. Ma non si può fare a meno di chiedersi: come può un prefetto (e poi un ministro dell’Interno e della Giustizia) intrattenere rapporti così intimi con un pregiudicato pluricondannato e con la sua famiglia? La risposta è sconfortante, perché può solo essere: così fan tutti in una democrazia di relazione, nella quale contano soprattutto clientela e parentela, circoli di potere, gruppi d’interesse, clan arroganti che compongono un’oligarchia sfacciata. Le reti di relazioni si fanno così network di complicità.
Volete vedere che il caso Cancellieri non è affatto chiuso?

la Repubblica

2 Commenti a Cancellieri-Ligresti: potere e democrazia (di relazione)

  1. umberto 23 Novembre 2013 at 13:13 #

    Storie di decadenza italiana; mentre l’Italia va a picco passiamo il tempo a parlare della Cancellieri; in qualsiasi paese straniero si sarebbe dimessa all’istante….

  2. Domenico Cacopardo 24 Novembre 2013 at 17:01 #

    Ha ragione Statera: la piccola burocrate supponente sarà mandata a casa. Purtroppo dopo avere contribuito in modo determinante al logoramento di Enrico Letta.
    Giorgio Napolitano, in piena sindrema Segni (Antonio), non riuscirà a continuare a proteggere la sua protetta (chissà perché la protegge!)

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