Un film già visto: i tartassati

Pensioni d’oro?

di Michele Giardino

La confisca, quella no, non si può fare: la Consulta l’aveva già spiegato al Governo Monti, che invocando ragioni di equità aveva escogitato, senza obiezioni da parte dei giuristi e degli altissimi burocrati che ne facevano parte, una specie di limatura delle pensioni che ricordava da vicino le manipolazioni dei cambiavalute ai tempi delle monete metalliche.
Eh, no, ha quasi testualmente replicato il Ministro Giovannini: bisogna aggirare l’ostacolo. Lo contraria, sembra di capire, il principio costituzionale che argina l’ennesima astrusa di tassazione imposta dalle esigenze di una spesa pubblica fuori controllo e fuori misura. E allora?
Allora, si cambi strada: cosa c’è di pronto e adatto allo scopo? C’è disponibile il congelamento totale del meccanismo di recupero della svalutazione mutuata dallo stesso Monti dall’ormai lontana esperienza del (se non sbaglio) primo Governo Prodi: il meccanismo funziona, quindi proroghiamolo (salvo renderlo permanente). La protesta contro la continua decurtazione del potere di acquisto in mano ad una fascia di popolazione ormai fuori dal sistema produttivo, può tutt’al più bloccare pacificamente un paio di piazze per un pomeriggio: un rischio politicamente accettabile, ma solo trascurando l’ovvio effetto elettorale.
Parliamo, s’intende, non di tutte le pensioni, ma solo di quelle che ormai tutti chiamano “d’oro”: che si vuole diventino tali, cioè appunto d’oro, appena oltre la soglia dei 3.000 Euro mensili: è l’Euro che la varca a fare da pietra filosofale. Ma attenzione, funziona solo sui redditi da pensione, non sugli stipendi e gli atri redditi e rendite di ogni genere: chi definirebbe “d’oro” uno stipendio, lordo, cioè ancora da tassare in IRPEF, da 3.001 Euro? Ma una pensione, quella sì.
Sta di fatto che il blocco prolungato del recupero, che opera, non occorre spiegarlo, come una specie di anatocismo alla rovescia, nel solo triennio ha alleggerito del 7%, come calcola Stefano Micossi, il potere di acquisto delle pensioni interessate, ma nel più lungo periodo, per chi cioè è a riposo da parecchi anni, ha già inciso molto più pesantemente e in futuro paradossalmente sottrarrà risorse crescenti ai maggiori bisogni, effetto naturale dell’allungamento della vita media.
Ma, a parte ciò, la natura fiscale di questo tipo di prelievi è fuori discussione, ed è dunque evidente che qui si tratta di caricare su una sola tipologia di redditi e un’unica categoria di contribuenti, uno degli effetti della “dèbacle” di un sistema pensionistico a lungo gestito senza criterio: problema serio, che però non è serio cercare di far passare per settoriale. E’ infatti chiaramente un problema dell’intera collettività, che deve dunque fare carico a ciascuno dei suoi membri, in ragione delle sue possibilità secondo un criterio di progressività. Come da combinato disposto di ben tre norme della Carta.
La distinzione tra “chi ha di più” e chi “ha ricevuto di più” è suggestiva quanto artificiosa e inconsistente; e invocare l’equità, come è fin troppo scontato trattandosi di reperire risorse che servano a pagare in futuro pensioni meno misere ai giovani disoccupati e sottopagati di oggi, è arrampicarsi sugli specchi. La discriminazione resta tale, e come tale verrebbe trattata in ogni sede. Di più, l’idea di tassare a quello specifico e pur giusto scopo, solo persone in età avanzata ormai fuori dal sistema produttivo, ma non chi è in
piena attività ( tra l’altro direttamente e personalmente interessato ad una prospettiva previdenziale equilibrata), veramente, lasciando stare l’ineleganza, ha poco a che fare con l’equità. Che, se mai, richiede che il costo della correzione di questo come di tanti altri errori del passato, gravi sui pensionati come su tutti, secondo gli aurei principi menzionati.
Un’ultima osservazione: se le cifre della disoccupazione giovanile sono quelle deprimenti delle statistiche che l’ISTAT ci serve ogni mese, gli illustri economisti (inclusi i collaboratori de “La Voce Info”, per una volta su una strada sbagliata) che si affaticano su calcoli e modelli alla ricerca di soglie e percentuali di una decurtazione forse non tale da ridurre i titolari alla fame, ma comunque dolorosissima, dovrebbero accogliere nelle loro analisi fattori appena ieri inconcepibili, quale la totale o parziale dipendenza economica dei giovani censiti in quelle statistiche ufficiali dalle pensioni di genitori e nonni già decurtate dall’esosa tassazione ordinaria.

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2 Commenti a Un film già visto: i tartassati

  1. umberto 13 Ottobre 2013 at 10:11 #

    Ma non basterebbe ricalcolare le pensioni in essere con il metodo contributivo al posto di quello retributivo?

    • andrea dolci 13 Ottobre 2013 at 10:37 #

      Pare che il legislatore italico abbia una naturale allergia per le cose semplici, banali, per non dire, ovvie.
      Forse il baco sta nel fatto che il 90% della gerontocrazia che conta, gode di generose pensioni che nel caso di adeguamento ai contributi versati, subirebbero tagli a dir poco drammatici.

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