Il nobel della pace e la bomba dell’ignoranza

di Maria Grazia Enardu

Tra i candidati al Nobel per la pace di quest’anno c’è una ragazza pakistana, Malala Yousafzai, 15 anni, gravemente ferita alla testa un anno fa dalla pistola di un talebano. Fermamente deciso ad impedire, a lei e tutte le altre, di andare a scuola. Un colpo mirato, dopo averla identificata in un autobus, meglio un’esecuzione di persona oggettivamente pericolosa. Malala non solo voleva studiare, incoraggiata dal padre e complice, e non si accontentava dei libri, teneva anche un blog per la BBC in urdu. Incitamento all’istruzione, reato capitale.

Malala è stata salvata da bravi medici ed è emigrata con la famiglia in Inghilterra, sia per completare le cure sia per ovvie ragioni di sicurezza. Non si è fermata, anzi, e chi ha deciso di ucciderla vede l’effetto boomerang.

La vicenda di Malala è la punta della montagna di arretratezza di un paese che si chiama Pakistan. Che ha armi nucleari ma è uno dei paesi più ignoranti del mondo. Potrebbe essere la parabola di cosa significa il nucleare. del paradosso che la bomba è roba per ricchi – che qualche volta ci piangono su, vedi gli inglesi – mentre se sei povero e vuoi anche la bomba, allora rischi di sprofondare in una voragine, non di debiti soltanto ma di ignoranza e povertà senza scampo.

Il Pakistan è uno dei paesi più corrotti al mondo, uno dei più popolosi ed ha anche perso un pezzo. Una volta c’era un Pakistan occidentale (quello che c’è oggi) e uno orientale, che ha preso la sua strada e il nome Bangla Desh. Poverissimo, popolosissimo e sfortunatissimo, va regolarmente sott’acqua. Ma il Bangla Desh ha investito quel che poteva e come poteva nell’istruzione, anche femminile, il che giova anche agli indici demografici. Ed è letteralmente sparito dalla lista dei paesi islamici di cui diffidare per questo o per quello. Hanno i loro guai, ma in quieta dignità.

Il Pakistan invece, da quando è nato con la partizione del subcontinente indiano nel 1947, ha un nemico, l’India, una questione aperta, il Kashmir, e scaramucce varie, comprese quattro guerre con l’India. Ha potenziato al massimo l’apparato militare e ha sviluppato armi nucleari a partire dagli anni ’70 e con l’aiuto della Cina. In risposta all’India, che le aveva da tempo, ma anche questo è un esempio di come le strade si dividono. L’India, con i suoi colossali numeri e problemi, ha investito nell’istruzione e nella cultura, migliorando il bilancio, mentre il Pakistan ha scelto la strada delle spese militari cieche, non sostenute da adeguate entrate, soprattutto da tasse giuste, anche per le elite economiche. Risultato: si taglia tutto il resto del bilancio. Ma chi sega le radici dell’istruzione azzera l’albero della generazione che dovrebbe andare a scuola e anche di quella dopo.

I numeri sono impietosi. Anche paesi africani poverissimi hanno sorpassato, e da tempo, gli indici di alfabetismo del Pakistan. Pare che molte scuole di campagna del paese siano finte, esistono solo sulla carta. Circa metà dei cosiddetti cittadini, e più le donne che gli uomini, non sa leggere e scrivere – però vota. Ecco, un cittadino è davvero tale quando ha un minimo di strumenti culturali, se non li ha è in balia di chi passa.
Una delle più pesanti conseguenze dell’ignoranza del Pakistan è che non può, come accade in molti paesi africani, passare dall’ignoranza all’era digitale in una sola generazione. In Africa il cellulare ha cambiato la vita di decine di milioni di persone, creando attività ed economia, migliorando la salute e in alcuni casi anche la politica. Però per usare bene un cellulare bisogna partire da un abbecedario.

I talebani naturalmente pensano di aver agito per ragioni religiose. Hanno dimenticato che le donne della famiglia del Profeta non erano ignoranti, ed era il 6° secolo. Ma hanno ovviamente sparato per ragioni politiche, anzi tutta la politica del Pakistan è basata sul perdurare dell’ignoranza, su strutture di potere che non vogliono mollare un centimetro, o che vogliono arrivare al potere con i collaudati metodi dell’oscurantismo.

Anche l’Iran vuole un nucleare, pur se dice che è a fin di pace ed ora pare disposto a negoziati seri. Però l’Iran è l’esatto opposto del Pakistan, non solo perché ha il petrolio ma perché è un paese istruito, dove le ragazze hanno sorpassato i ragazzi nelle università. Un regime dove i cittadini hanno qualche strumento di cambiamento, sotto forma di pressione continua, di energie che cercano uno sbocco, e lo troveranno. Dieci anni fa, Shirin Ebadi, una signora iraniana che fa l’avvocato di cause spesso perse (divorzi, diritti umani) ebbe un Nobel. Se lo avrà anche Malala, speriamo che la motivazione faccia un pò vergognare il governo del Pakistan. E che serva a qualcosa.

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