Caro Ricolfi, assolutamente d’accordo. Però…

di Michele Giardino

Chiunque segua da vicino le vicende della politica italiana, intesa come vita dei e relazioni fra e dentro i partiti, e quindi le sottigliezze di posizioni, correnti, tendenze, esternazioni, talk show, smentite e così via, di certo si sarà riconosciuto nel bell’articolo sulla Stampa nel quale Luca Ricolfi scrive di sentirsi così profondamente scoraggiato da un’attualità politica fatta quasi solo di parole ripetute sino alla noia, senza che alcun cambiamento a favore di una collettività che a sua volta sembra vittima di una specie di ipnosi, da avere scarsa voglia di continuare firmare articoli su tale pietrificata realtà.
Non si può non sentirsi riga per riga profondamente d’accordo con l’articolo; salvo rimpiangere la mancanza di un capoverso conclusivo. Che oltre a completare l’ineccepibile riflessione, potrebbe forse contenere una piccola indicazione per una via d’uscita dall’immobilismo ventennale che sta stravolgendo le sembianze del Paese industriale moderno che l’Italia umiliata e sconfitta della metà degli anni ’40 riuscì a diventare in soli vent’anni, grazie alle grandi fatiche e ai sacrifici di uomini, donne e giovanissimi decisi a lasciarsi per sempre alle spalle orrori, umiliazioni e privazioni.
Un immobilismo che è figlio della mediocrità di un ceto dirigente con a capo politici parolai, molti dei quali si reggono su astrattezze ideologiche fuori tempo e molti altri sul servilismo e sul compromesso, che condividono felicemente con i vertici del potere giudiziario, burocratico, industriale, giornalistico-televisivo e finanziario una longevità senza pari al mondo.
In questi giorni sulla scena politica domina la parola stabilità. Ad essa ciascuno assegna il significato e i contenuti che gli giovano, ma è spiacevole e forte la sensazione che la vaghezza di quel termine serva ottimamente a lasciare sovrapposti e indistinti i tanti e diversi profili di una non invidiabile condizione. Affinché non emergano, in continuità di una radicata tradizione che segna l’intera storia del Paese, le gravi responsabilità personali di chi così a lungo è stato al potere, ma senza mai poterlo o saperlo esercitare davvero.
E’ appunto un cenno a tutto ciò che avrei voluto leggere a chiusura dell’analisi-non analisi del prof. Ricolfi, in un momento in cui, straordinariamente su entrambi i lati dello schieramento politico, una generazione di quarantenni, infrangendo la tacita regola che vuole giovane chi è già da tempo in età matura e maturo chi altrove godrebbe da tempo della considerazione che si deve agli anziani, tenta di consolidare un tentativo difficile, ancora embrionale e di prospettive incerte quanto si vuole, ma sembrerebbe convinto, di reclamare un passaggio di consegne che sarebbe in sé positivo.
Beninteso, non nel senso di aprire aspettative certe di un vero miglioramento, ma perché è insensato aspettarsi ancora qualcosa da chi impegna da anni ogni energia praticamente solo a nascondere il proprio fallimento, e anche di fronte alla comprovata incapacità di fronteggiare la più grave crisi economica degli ultimi ottant’anni, cocciutamente si rifiuta di prendere atto che il suo tempo è, a nostro danno, irrimediabilmente trascorso.

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