A proposito di Cacopardo e del suo pessimismo…

di Michele Giardino

Anche se è consigliabile evitare l’esasperazione, è difficile dissentire dal pessimismo e dall’amara ironia dell’ultimo contributo di Domenico Cacopardo. Quella che ha costruito la classe dirigente che ha avuto in mano il Paese a partire, secondo me, all’incirca dalla metà degli anni ’80, è una macchina infernale molto difficile da smontare e persino da ricondizionare. Ma allora?
Una prima considerazione utile è che quella macchina infernale, certamente incentrata sulla politica, decisamente non si esaurisce in essa. Pesanti responsabilità concorrenti gravano su tanti corpi intermedi: i sindacati, cocciutamente concentrati su rivendicazioni di scadente modernariato; una Magistratura, non solo ordinaria (e non solo) inquirente, troppe volte e in troppe cose tanto supponente quanto inadeguata, inefficiente e a sua volta fuori tempo; una burocrazia non solo (e neppure tanto) ministeriale, impermeabile alla spinta al cambiamento che non ammette più risposte tardive e paralizzate da certezze formalistiche sempre meno tollerabili ed esige competenze troppo spesso assenti e una rapidità di decisione che si scontra con la prassi e la mentalità diffusa; un’imprenditoria in troppi comparti tanto arrogante quanto scarsa di idee coraggiose e soprattutto restia ad impegnarsi in iniziative che richiedono investimenti ingenti; e sarebbe facile continuare.
Ciò non toglie che dalla politica che bisogna partire. Sono centinaia di migliaia, milioni secondo alcuni, gli italiani che devono al potere politico e parapolitico ciò che sono, la posizione più o meno elevata raggiunta nella vita associata, altro non avendo mai fatto in vita loro che impegnarsi a sostenere quei poteri nella conquista del consenso direttamente o indirettamente necessario per perpetuarne la capacità di penetrazione e la forza: vere e proprie compagnie di ventura, giornalistiche, televisive, volontaristiche, associazionistiche e simili, sempre pronte a muoversi e manovrare nei troppo frequenti confronti elettorali nei quali si giocano, insieme con quelle dei loro referenti, le loro stesse sorti.
I costi ingenti di questa massiccia e compatta manomorta di consenso elettorale e non solo, trovavano spazio nelle pieghe di bilanci massicciamente finanziati a debito: tra i “benefici” delle periodiche provvidenziali svalutazioni che scansavano nuove tasse e le prevedibili proteste, vi era quello di mantenere coperto un gioco al quale dobbiamo parte non piccola dell’enorme debito che grava oggi su ogni idea e prospettiva di crescita del Paese.
Seconda considerazione: per più di trent’anni, il salto enorme nel livello di vita medio ottenuto grazie alla laboriosità, all’iniziativa e alla sobrietà degli italiani protagonisti del durissimo ma entusiasmante quarantennio precedente, sono stati vissuti come qualcosa di perenne, di acquisito per sempre. Visto che ce n’era abbastanza per tutti, non c’era da badare troppo alla quota di benessere e di ricchezza letteralmente sequestrata da quella manomorta grazie al sistema di potere che essa stessa controllava.
Intanto però l’apertura del mercato alla concorrenza internazionale e le rigide regole comunitarie in materia di concorrenza, a poco a poco venivano giustamente e inevitabilmente erodendo ciò che restava del mercato chiuso e protetto di prima; e il debito pubblico cresceva su sé stesso ipotecando il futuro degli italiani.
Nel mondo, altri si impegnavano duramente in un processo di crescita che intorno alla svolta del secolo assumeva una velocità strabiliante, prendendo di sorpresa i Paesi avanzati, ma soprattutto quelli fra essi che avevano contato sull’inesauribilità dei vantaggi sempre goduti. La globalizzazione del mercato e l’invadenza di una finanza internazionale nella quale l’Italia non poteva essere in prima fila, facevano emergere le troppe debolezze prima nascoste: l’eccesso di prescrizioni e divieti, di mediazioni improduttive e di intoppi burocratici, ma anche i troppi costosi privilegi indebiti che sottraevano e sottraggono ai capaci e meritevoli gli spazi che questi avrebbero saputo utilizzare a vantaggio di tutti.
Uno degli effetti più negativi, si riassume nelle ben note rigidissime esigenze di gettito che ci affliggono: per farvi fronte, la scelta è ormai tra aggravare ulteriormente un carico fiscale già intollerabile sui ceti produttivi, e porre mano a drastiche riforme e tagli netti: una scelta facile, sotto il profilo logico. Ma logica astratta e praticabilità politica raramente coincidono: in questo caso incidere realmente sul coacervo di interessi qui sbrigativamente riassunto nel termine manomorta, si scontra con il dato di fatto che chi ne beneficia direttamente o indirettamente dispone di un bacino non soltanto ma prevalentemente elettorale di consensi , che anche in virtù dei canali di comunicazione che controlla o ai quali ha facile accesso, assicura una potente difesa dello status quo ad un ceto al potere invecchiato, in comprovata difficoltà a comprendere le reali condizioni e i connessi bisogni della popolazione.
Nel contesto di una crisi economica, industrial-manifatturiera e sociale che continua a mordere, tutto ciò mette a rischio la basi stesse della democrazia. Nella sfera politica, incombe il successo elettorale di un comico che, tra insolenze e turpiloquio che usa da par suo, concentra intorno a sé le frange più intolleranti e combattive di uno scontento che è però generale. Mentre, nella sfera propriamente istituzionale, i Capi di un Parlamento appena eletto che non riesce ad accordarsi sulla scelta di un nuovo Capo dello Stato, con sospetta umiltà ma con l’esplicito sostegno di praticamente l’intero establishment, implorano concordi dall’anziano Presidente uscente il permesso di rieleggerlo. La “standing ovation” con la quale i Grandi Elettori accolgono le parole pesantissime con le quali Giorgio Napolitano inaugura il secondo e inatteso mandato rinfacciando apertamente a loro stessi e all’intera classe politica le insufficienze e l’inconcludenza che hanno condotto il Paese alla condizione attuale, risulta davvero stupefacente.
La conclusione sembra ovvia. Un’intera leadership che in circa un quarto di secolo si è guadagnati ben pochi meriti oltre a quello innegabile di assicurare una certa stabilità e la piena e costante praticabilità delle regole fondamentali e delle istituzioni democratiche, ha non da oggi finito il suo tempo.
Vanno perciò accolti con sollievo i segni ormai inequivocabili del risveglio in praticamente tutti gli schieramenti, di dirigenti politici delle successive generazioni che pur consapevoli delle difficoltà da affrontare, diverse nei diversi contesti ma sempre gravi, si propongono più o meno esplicitamente per prendere il posto chi li precede nelle posizioni di comando della politica e nelle istituzioni.
Fra le risorse di cui dispone il blocco di potere che forse rozzamente e certo sommariamente prima si è tentato di tratteggiare, spicca l’enorme forza d’inerzia costituita dalla tacita accettazione, o almeno la tolleranza di quegli equilibri da parte della collettività. Sarà tutt’altro che incruento il confronto per la conquista del consenso popolare alle scadenze elettorali. Lo conferma la sostanziale anelasticità, nel trascorrere degli anni e delle legislature, dei metodi di gestione del potere robustamente consolidatisi nella semisecolare della Prima Repubblica. Sia pure con innegabili e non irrilevanti differenze estetiche e di gradazione, neppure la divisione in due blocchi e l’alternanza al potere di schieramenti fortemente ostili l’uno all’altro ha seriamente intaccato la manomorta di cui si è detto.
E’ chiaro perciò che sarà sul terreno elettorale che gli aspiranti nuovi leaders dovranno giocare la difficile partita di un radicale e generalizzato “turn over”, che non è più un’opportunità da valutare, ma una pura e semplice necessità. Non per un’impensabile cieca fiducia in chi ora rivendica maggiori responsabilità e almeno merita una chance, ma per l’impossibilità di continuare a dare credito a chi non da ieri dimostra una palese inadeguatezza, un’incapacità tanto più pericolosa perché reale, genuina, di mettersi in collegamento con il mondo com’è.
La corrente del tempo tende a farsi più veloce in questa nostra epoca: dalla svolta del secolo e del millennio, ancora viva nella mente della maggior parte di noi, ci separano già ben tredici anni: ma da allora, dobbiamo chiederci, che cosa è veramente cambiato? Quanti dei nostri tanti problemi sono stati risolti? Un potere ormai scivolato irreversibilmente nell’autoreferenzialità, non può continuare ad aggravare la perdita di capacità e autorevolezza dell’intera macchina del potere, sempre meno alimentata da valori condivisi e sempre più logora in ampi comparti dei suoi meccanismi.
L’Italia non può continuare a sacrificare alla longevità senza pari di un ceto dirigente sostanzialmente fallito, il diritto al posto nel mondo al quale la autorizzano ad aspirare la sua storia e le qualità della sua gente. E’ tempo che coloro che si ritengono in possesso delle idee e delle energie che occorrono per conquistare quel diritto e governarlo in un mondo che negli anni a venire apparterrà alla loro generazione, si misurino tra loro per scegliere chi dovrà assumersi tale pesante compito.

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3 Commenti a A proposito di Cacopardo e del suo pessimismo…

  1. Domenico 22 Ottobre 2013 at 11:18 #

    Michele Giardino ha ragione e dà compiutezza a un’analisi che le ragioni di spazio mi hanno impedito di formulare. L’elemento di dissenso riguarda gli anni ’80 e i dimenticati anni ’70.
    E’ negli anni ’70 che il deficit spending ha la sua sublimazione: le responsabilità sono precise e vanno individuate nella Confindustria di Gianni Agnelli (punto unico di contingenza) e nell’intesa Dc-Pci sostenuta dalla crescita incontrollata della spesa sociale. E’ vero incombevano i brigatisti e altri disadattati. Ma è altrettanto vero che il Pci volle l’apertura dei rubinetti della spesa. Negli anni ’80, si mise sotto controllo l’inflazione e l’evoluzione del debito fu abbastanza contenuta (non ho i dati sottomano). E’ sul finire degli anni ’80 (De Mita-Goria) che torna ad allargarsi il ricorso all’indebitamento.
    Comunque, per l’attualità, vale anche il mio ultimo post

  2. Bull 22 Ottobre 2013 at 20:15 #

    Veramente gran parte dell’indebitamento lo fece Craxi. Fa sorridere poi il prendersela con Grillo, l’unico che, non essendoci, non ha alcuna responsabilità della situazione nella quale siamo. Sarebbe bello leggere le stesse dure parole rivolte contro chi non c’era anche contro chi ha colpe ben più gravi di usare “insolenze e turpiloquio”, anche perchè lo stesso linguaggio viene usato da berlusconi (come non ricordare il suo “Lei è una bella stronza” rivolto ad una signora che lo contestava), brunetta (sono talmente tanti gli insulti rivolti all’umanità intera da questo triste individuo che è ormai impossibile tenerne il conto), gasparri e via discorrendo. Però mi sembra giusto prendersela con chi non c’era…

    • andrea dolci 23 Ottobre 2013 at 11:23 #

      Per capire meglio le ragioni del debito pubblico italiano si dovrebbe guardare non solo all’aggregato ma anche alla spesa primaria. Cerchi nelle serie storiche e scoprirà cose interessanti. Una su tutte: il disavanzo primario e’ letteralmente esploso , ovvero lo Stato e’ diventato spendaccione, sul finire degli anni 60 e ha avuto il periodo di maggior fulgore fino alla seconda metà degli anni 70, ben prima che Craxi iniziasse ad esercitare i suoi poteri malefici. Sul finire degli anni 80 esplode la spesa per interessi e il disavanzo primario scende leggermente segno che c’e’ un piccolissimo ravvedimento nei confronti dell’idea che lo Stato possa spendere e spandere senza freni.
      Non voglio sminuire i danni del CAF, ma quando si parla di stato spendaccione sarebbe il caso di includere a pieno titolo anche la stagione del consociativismo.

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