Come ti seppellisco Oslo, in tre pezzi

di Maria Grazia Enardu

Sul New York Times di venerdì scorso è apparso un articolo di Danny Danon, presentato come membro della Knesset di Israele e viceministro della Difesa. Danon proclama il fallimento degli accordi di Oslo, a esattamente venti anni dalla firma, di Rabin e Arafat, davanti a Clinton. Un’intesa che puntava a creare uno stato palestinese e al ritiro di Israele da tutti o quasi i territori acquisiti nel 1967. Dall’assassinio di Rabin in poi, novembre 1995, è andato tutto a rotoli

Danon non è un semplice componente del governo, come modestamente appare, e dirige da pochi mesi il Likud, partito sfuggito di mano al primo ministro Netanyahu. E’ il rivale interno, esprime da tempo e senza mezze parole quel che Bibi non può dire, soprattutto dà voce al Likud profondo, tornato ad essere partito di vera destra, dopo la fuga dei moderati in direzioni varie. Ed è un soggetto che gioca duro con l’estrema destra, perché concorre per lo stesso elettorato. Quel che dice Danon è assai importante, prova ne sia che il New York Times gli dà spazio.

La sua breve analisi del fallimento di Oslo imputa tutto, terrorismo in particolare, ai palestinesi, e questo non sorprende. Gli accordi vanno dichiarati nulli. Che fare, allora? Non due stati, ma tre pezzi, sostiene Danon, prendendo atto della profonda divisione tra l’Autorità Palestinese e Hamas, che controlla Gaza. Occorre un accordo regionale tra Israele, Giordania e Egitto – quando il Cairo si sarà stabilizzato, precisa Danon, e speriamo che re Abdullah regga.

L’idea di rifilare in qualche modo Gaza agli egiziani e associare i giordani alla responsabilità del West Bank non è nuova e ha più buchi neri che sostanza. In termini garbati, è ottocentesca e imperialista, non si cura del parere dei diretti interessati e sopravvaluta la bonomia dei due paesi arabi. Ma Danon ha a cuore le terre che lui chiama Giudea e Samaria, con i coloni e i piani di sviluppo. Che si fa con i palestinesi che stanno li? Occorre, “dopo un periodo iniziale .. che i residenti arabi di Giudea e Samaria sviluppino la loro società” nell’ambito di un accordo tra Israele e Giordania.

Con poche e credo meditate parole, Danon accende la miccia di una serie di candelotti, e non solo nel ventennale degli sfortunati accordi di Oslo ma alla vigilia di una Assemblea Generale dell’ONU che sarà memorabile. Si parlerà soprattutto di Siria e di Iran, a New York, ci va il presidente iraniano Rouhani, ci sarà anche Netanyahu, a parlare di nucleare iraniano. E tutti ma proprio tutti penseranno a Israele in versione Danny Danon. Che non solo dice quel che il suo capo non osa ma fa fuori il già difficilissimo sforzo del segretario di stato americano Kerry. Il volenteroso Kerry si era dato alcuni mesi per provarci davvero, tra la sfiducia generale in verità, ma ora potrà mettersi tranquillo, è proprio tempo perso. Se Danon tratta così gli amici, chissà cosa fa ai nemici.

La frase di Danon disegna infatti un paesaggio politico-bucolico, di una Giudea avviata a un sano sviluppo – degli insediamenti – mentre i residenti arabi tali resteranno, residenti. Non saranno mai cittadini, certo non di Israele, e se lo divenissero della Giordania, eleggendo (immagino) qualche rappresentante nel parlamento di Amman, questo sarebbe un ulteriore esempio di quelle società che sognano sviluppi separati. Gli uni da una parte, con le risorse che contano, gli altri da tutt’altra, presenti ma invisibili. Con una sola frase, Danon ha rimesso in gioco l’accusa, sempre ingiusta ma tenace come la rogna, di apartheid. Oddio, c’è anche un’altra rosea possibilità, che se ne vadano, perlomeno da alcune aree, se rimarranno sarà prova della loro pervicace ostinazione.

Tutto questo non solo alla vigilia dell’Assemblea ONU, dove Israele è totalmente isolato a parte il tormentato appoggio americano, ma poco dopo un increscioso incidente, l’ennesimo. L’esercito israeliano ha fermato, a mani dure, un gruppetto di diplomatici stranieri, soprattutto europei, che stava cercando di consegnare soccorsi ai palestinesi di Khirbet Makhoul, nella valle del Giordano, dove erano state demolite le case perché costruite illegalmente. Senza permessi, dicono le corti – esattamente come gli insediamenti intorno, ma poco importa. Ora Israele minaccia di espellere una diplomatica francese, per provocazione, pare abbia schiaffeggiato un militare.

A New York, alla fiera dell’ONU, ogni paese riguarderà la propria scacchiera, studierà mosse ed alleanze, sacrificherà pedine ormai inutili, qualcuno tenterà uno scacco decisivo. Israele si presenta con il manifesto di Danny Danon e l’ennesima litigata diplomatica. Se i palestinesi saranno furbi capiranno che è loro interesse fare nulla, capitalizzare gli errori di Israele. Con un nemico del genere, è difficile sbagliare mosse. Ma su una cosa bisogna dar ragione a Danon: Oslo è sepolta. La rimpiangeremo e soprattutto rimpiangeremo questi venti inutili anni.

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