La partita d’Egitto

di Maria Grazia Enardu

L’Egitto del 2013 rinnova la tradizione di laboratorio politico mediorientale, dove accade di tutto e di più.
Venerdì scorso l’appello del generale Sisi, capo delle forze armate e quindi autore del colpo di stato popolare, a grande richiesta della piazza – o viceversa? Appello in cui aveva chiesto “agli onesti egiziani di scendere in strada per esprimere la propria volontà ed dare mandato a esercito e polizia di fare il necessario per fermare il bagno di sangue”. Ogni parola di questa straordinaria frase richiederebbe un commento. Un generale che vuole le piazze piene, non vuote.

Il risultato è stato il confronto di piazze diverse, al Cairo, ad Alessandria e altrove.
Il risultato, incerto ma devastante, parla di almeno 70 morti, forse 120, nella piazza della moschea Rabaa al-Adawiya, dove da fine giugno stazionano i Fratelli Mussulmani in protesta per la destituzione ed arresto del presidente Morsi. L’esercito ha sparato e per uccidere, però non è del tutto chiaro. Un osservatore inappuntabile come Robert Fisk del britannico Independent parla di cadaveri colpiti al petto o alla testa e di ospedali che in poche ore hanno finito le scorte di due settimane. L’esercito ha concesso altri due giorni per sgombrare le piazze pro-Morsi, e tutto questo accade nel mese di Ramadan, già fervoroso di suo.

Ma quel che importa non è la carneficina e nemmeno quanto durerà, ma se le due parti principali, esercito e/o moderati e Fratelli sanno dove stanno andando.
C’è un preoccupante precedente, e proprio di un luglio di tanti anni fa, era il 1952. Nasser e altri ufficiali presero il potere esiliando il re, e si trovarono contro i Fratelli. Nell’ottobre 1954, ad Alessandria, un Fratello tentò di assassinare Nasser, che mandò l’esercito contro i Fratelli. Battagliarono nelle strade e vennero arrestati a decine di migliaia, con qualche esemplare condanna a morte. I Fratelli, che avevano speranzosamente alzato il capo dopo la fine della monarchia, scoprirono che l’esercito era più forte di loro. Seguirono più di 60 anni di galera assai dura, torture comprese, sotto Nasser, Sadat, Mubarak, tutti ufficiali. Viene il sospetto che il gen. Sisi intenda continuare questa tradizione ma tutto cambia, anche quando nulla sembra mutare.

Nell’Egitto di oggi gli analfabeti sono pochi e vecchi, e tanti, anche i più poveri, hanno un cellulare. E’ cambiato il mondo e sicuramente da Washington, dove hanno deciso di non definire quanto accaduto un golpe ma hanno anche sospeso la consegna di alcuni aerei, arrivano telefonate insistenti. Controllare il paese va bene, sparare troppo no, non in tempi di twitter.

Anche i Fratelli devono riflettere, e parecchio. Hanno dato una lettura aritmetica della vittoria alle elezioni. Avevano vinto, sia pure di misura, quindi pensavano di poter avere tutto: presidenza, parlamento, costituzione. Non funziona così, una democrazia vera comporta l’arte del compromesso, del negoziato, del rinvio ad altro momento dell’agognata rivincita. La tecnica dell’inciucio con lo sguardo lungo, sacrificare pedone oggi per avere torre o re domani.

Quelli che sono sacrificati oggi in Egitto sono umilissimi pedoni, sparati da altri pedoni. La via di una democrazia conduce però a un pedone capo, rigorosamente pro tempore, non a un faraone in uniforme o meno. L’Egitto ha un governo, che in questa crisi si vede poco. Le telefonate che arrivano a Sisi e non solo dalle capitali occidentali e mediorientali sono tante e di contenuto diverso, ma insisteranno sull’evitare troppo zelo. Si spera che qualcuno dica la stessa cosa ai Fratelli, che però non hanno grandi punti di riferimento esterni. Sono loro il movimento guida della Fratellanza islamica, e non prendono ordini da fuori, nemmeno consigli – e chi glieli può dare? Paradossalmente, l’Europa, ma per canali molto poco ufficiali, e speriamo siano attivati.

La Fratellanza Mussulmana di Egitto ha i numeri, in tutti i sensi, per evolvere la propria ideologia (tale è) in modo pragmatico, dialettico, utile al paese. Ci vuole qualcuno che la traghetti. Non certo l’invisibile Morsi, la cui inettitudine ha fatto scuola, e altri leader sotto arresto. Occorre una nuova leadership, magari non formata in galera, come succedeva dagli anni ’20 in poi. Che magari oggi sta in piazza, disorientata ma capace di capire e collegare i fatti. Che stia in parlamento, entri nelle amministrazioni locali, impari come si governa. E speriamo rimangano alla larga dai salafiti, che dall’alleanza con i Fratelli possono solo guadagnare, fagocitandoli, mentre i Fratelli, già perdenti in politica, rischiano di perdere quella moderazione di fondo che invece andrebbe ripresa, reinventata e applicata, con intelligenza. Visti dall’esterno, la connotazione dei Fratelli è di essere contrari al modello di sviluppo occidentale. Non hanno tutti i torti, ma devono vendere (sic) meglio le loro ragioni. Nell’arena della democrazia, che discutano, propongano, accettino un compromesso, ricomincino da capo. Potrebbero anche prenderci gusto.

, ,

Commenti chiusi.
I diritti d'autore appartengono alle rispettive firme. Santalmassiaschienadritta.it è uno spazio aperto a disposizione dei lettori.
La qualità del sito dipende anche dalla vostra collaborazione. Sappiate che inserendo dei commenti dovrete seguire le regole del sito e sarete gli unici responsabili di quel contenuto e delle sue sorti.