PD: un ex “partito chiesa”?

di Michele Salvati

Pier Luigi Bersani può andare fiero del suo Partito democratico, la «ditta», come affettuosamente lo chiama: in Italia è l’unica organizzazione politica che ancora assomiglia (un poco) ai grandi partiti di massa del secolo scorso, presente sul territorio in modo capillare, sostenuta dal lavoro volontario di migliaia di militanti. Una organizzazione che ha retto al trauma dei primi anni Novanta, quello che distrusse gli altri grandi partiti. E che è riuscita a incorporare e utilizzare, a scopo di autoconservazione, uno strumento di per sé ostico alla democrazia di partito praticata in Europa: le primarie.

Il successo delle primarie per la scelta del candidato premier – soprattutto la sfida tra Bersani e Renzi – e delle «parlamentarie» per la scelta dei candidati alle prossime elezioni, entrambe ampiamente mediatizzate, è quello che ha dato al Pd il vantaggio con cui si presenta alle prossime elezioni. Solo una solida organizzazione poteva sostenere questi due eventi, insieme ai tanti altri simili su base locale. Quando Bersani ripete, e lo fa spesso, che detesta una lotta democratica fatta di «uomini soli al comando» non è solo a Berlusconi che si riferisce, ma a tutti gli altri partiti tranne che al suo: la lotta democratica deve coinvolgere eserciti ben organizzati di militanti e attivisti, sostenuti da una narrazione condivisa. Condivisa, naturalmente, in modo democratico.

Il problema è che non siamo più nell’epoca dei grandi partiti ideologici e delle grandi narrazioni. Per restare nel caso del partito democratico, ci sono vari modi di intendere il centrosinistra e le politiche che questo dovrebbe perseguire. Modi che differiscono sia sul piano dei valori – più o meno liberali, ad esempio – sia su quello dell’analisi della situazione politica, economica e sociale da cui dipende l’efficacia delle policy che si auspicano. Modi che non possono essere ridotti ad unità attraverso il riferimento ad una ideologia dominante e ad una autorità che l’interpreta.

Tra l’efficacia organizzativa e la rappresentanza dei diversi modi di intendere l’azione del partito, tra gerarchia e pluralismo, può allora crearsi un contrasto, un contrasto che il metodo democratico, e in particolare le primarie, non sempre sono in grado di risolvere. Ciò avviene soprattutto quando, com’è avvenuto nelle recenti «parlamentarie», i partecipanti al voto si riducono, avvicinandosi molto al circuito interno dei militanti, e quando costoro, come spesso avviene, sono più sensibili alle indicazioni dei dirigenti locali e alle politiche sostenute dal partito nel passato: ma è proprio contro di loro che Tony Blair dovette combattere per dare al partito laburista la sterzata che gli fece vincere le elezioni. Anche la democrazia, anche il consenso dei molti, può avere effetti conservatori, ed è una delle critiche più antiche a questa forma di governo quella secondo cui di rado il principio di maggioranza identifica i più capaci, la melior et sanior pars . Tantissimi giovani e tantissime donne. Bene. Ma quanti di loro hanno reali competenze e una reale autonomia intellettuale? Il Pd non è comunista, se non nella propaganda di Berlusconi, ma è vero che la democrazia dei militanti e degli attivisti rende in esso preponderante la componente ex comunista e più vicina al sindacato: il trionfo di candidati vicini a Bersani, l’ecatombe dei renziani e soprattutto dei liberal, prodotta dalle regole delle «parlamentarie» e rafforzata dalle scelte del segretario sul cosiddetto «listino», non consentono altra spiegazione. Ma questa, per Bersani, potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro. A differenza dei tempi del Partito comunista, a trattenere nel partito capacità e competenze non opera più la cintura protettiva dell’ extra Ecclesiam nulla salus , non c’è salvezza al di fuori della Chiesa.

E non ci si può attendere oggi che parlamentari brillanti, e con forti opportunità professionali, siano disposti a soffrire in silenzio come ai tempi del Partito-Chiesa, come soffrirono i miglioristi del Pci, i Macaluso, i Chiaromonte, i Napolitano. Alcuni di loro, come ha fatto Ichino, offriranno le loro competenze e i loro progetti alle liste elettorali che si impegnano a valorizzarli, nel suo caso alla lista Monti. Altri, e questa è stata la scelta di due tra i migliori parlamentari del Pd, Ceccanti e Vassallo, non convinti dal progetto politico complessivo in cui Monti è impegnato, continueranno la loro battaglia al di fuori del Parlamento. Resta il fatto che il Pd ha perso alcuni dei suoi uomini migliori, i più adatti a stabilire un raccordo con la coalizione di centro, un’alleanza che al momento sembra assai probabile, forse necessaria.

il Corriere della Sera

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