Il taccuino del dottor Agrò

di Domenico Cacopardo

C’è bisogno di uno ‘sfummicatore’

Un demonio si aggira per gli studi televisivi e radiofonici, per i luoghi della politica, per le redazioni dei giornali.
Questo demonio, scatenatosi soprattutto in questa campagna elettorale, si chiama Demagogia.
Nessuno è immune, anche l’ieratico e cereo Mario Monti; neanche quel campione dello stalinismo in salsa bolognese che si chiama Bersani. Del cavaliere, lo zombi che ci diverte con le sue comiche comparsate, è inutile parlare. La respirazione bocca a bocca ricevuta da Santoro gli darà un effimero beneficio.
La demagogia si manifesta in mille modi, ma il principale è la smemoratezza. Una smemoratezza colpevole in chi è nelle sale del governo, in chi quelle sale ha frequentato e in chi ha avuto responsabilità parlamentari e politiche.
Si fa opera utile aiutando a ricordare. Del resto non è molto: che la situazione economico-finanziaria dello Stato italiano nell’ottobre del 2011 era prossima al default; che il 2 marzo 2012 è stato sottoscritto a Bruxelles un trattato (ratifica italiana 12/19 luglio) dall’arido nome di Fiscal compact, peraltro accettato a ottobre (2011) da Silvio Berlusconi.
Oggi, lo Stato italiano ha conquistato un equilibrio instabile. Basta una mossa azzardata, uno stormir di fronde per riaprire i problemi accantonati.
Il fiscal compact, d’altro canto, impone il rientro del rapporto debito pubblico-pil nei limiti del 60% in venti anni. Poiché il rapporto italiano è al 124%, questo significa che per venti anni, lo Stato dovrà ridurlo del 3,4% l’anno. In soldoni 50 miliardi.
Ecco come il diavolo porta gli uomini alla perdizione: induce Pierluigi Bersani a promettere più lavoro, più diritti, più salario, soldi per il rilancio dell’economia, soldi per la scuola (cioè per gli insegnanti), per la ricerca e le infrastrutture. Viste alla luce dei condizionamenti che abbiamo indicato, le sue promesse sono iscritte nel ghiaccio. Ma contengono il pericolo di una deflagrazione: il giorno dopo le elezioni, se vinte come sembra dal Pd, Bersani si troverà nell’impossibilità di rimuovere i macigni che lo renderanno paralitico. Il burrone si avvicinerà e la crisi politica tornerà a manifestarsi. Un anno e mezzo di comando o due, si fa per dire, è il massimo ipotizzabile. È il prezzo di una mistificazione elettorale e del cedimento al peggiore populismo delle primarie. Ha dimenticato Bersani che il popolo non sempre ha ragione: a suo tempo scelse Barabba. Nel 2001 e nel 2008 scelse Berlusconi. Infatti, i vincitori delle primarie sono in prevalenza personaggi radicali, portatori di idee abbandonate anche in Cina (non nella Corea del Nord). Spiegare il perché è facile: le primarie sono una platea ristretta; in esse le manifestazioni di radicalismo e, ancora una volta, la demagogia hanno buon ascolto. L’unico contemperamento sono stati i quadri di partito: modellati a immagine e somiglianza di Bersani sono grigi e opportunisti, pronti a vellicare l’ombelico di chi si agita di più.
Purtroppo, anche colui che, in realtà, ha le chiavi della prossima legislatura, Mario Monti, si è lasciato trascinare dalla demagogia. Meno degli altri, ma, purtuttavia, l’ha fatto: per esempio sull’Imu.
Ebbene, Monti dovrebbe interpretare, nel cast politico italiano, Mario Monti. Recuperare l’algida compostezza dei primi mesi; contenere l’ego e la vanità, ricordando che per essere il nuovo De Gasperi, come gli auguriamo, occorre mangiare ancora tanta biada e camminare a lungo; proporsi al Paese come l’unico leader che può portare avanti il risanamento e, con esso, avviare lo sviluppo. Insomma, presentarsi per quello che è: il capo di governo che ci ha evitato il destino greco, il crollo delle pensioni e delle retribuzioni, la trasformazione di Bot e Cct in carta straccia e via dicendo. Pensando più a De Gaulle che a De Gasperi.
Chissà se Giorgio Napolitano, nella sua immersion napoletana, non abbia ingaggiato uno sfummicatore bravo, di quelli capaci di compiere l’esorcismo, cacciando il demonio da tutti i luoghi in cui s’annida.
Temo di no, visto che il nostro presidente stesso non ne è stato immune.

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