A proposito di Ingroia ricevo e volentieri pubblico

L’intervento di Domenico Cacopardo sul magistrato-candidato Ingroia e la sua “rivoluzione civile” ha stimolato due straordinari interventi.
Che pubblico.
Uno di Andrea.
L’altro di Michele.
Li ringrazio, e sinceramente, perché sollevano dalla banalità questo sito.

““Rivoluzione Civile” non e’ altro che l’ennesima operazione di marketing politico. Chi l’ha messa in piedi sa benissimo che in Italia esiste una parte dell’elettorato che si nutre di banalita’, di utopie e se ne frega delle contraddizioni. Sono quell’universo mentalmente restato al sessantotto che realisticamente vuole l’impossibile ed e’ convinto che la soluzione dei problemi derivi “semplicemente” dalla modifica della societa’ intera. A loro i dati reali non interessano, ne’ perdono tempo a sporcarsi le mani con i problemi perche’ chi persegue una dimensione salvifica della politica non puo’ accettare che le soluzioni siano banalmente rintracciabili nella vita di tutti i giorni. Sono quelli dei mille valori non negoziabili, delle decisioni “senza se e senza ma” e della eterna dimensione adolescenziale. E in nome di quella irresponsabilità da sognatore non trovano nulla di strano nel votare personaggi che quanto a cialtronaggine e pressapochismo fanno quasi sembrare il Cavaliere uno statista di livello interplanetario.
Ma va bene cosi’; in fondo siamo il paese del così è, se vi pare.”.

Andrea Dolci

“Il bel post di Andrea Dolci mi ha fatto tornare in mente il 1968. Che come tutti sappiamo non è soltanto un anno, ma anche una specie di titolo che usiamo dare ad un’intera fase della vita associata del nostro e di molti altri Paesi, che durò ben più di dodici mesi

Un lungo periodo, per me legato al ricordo di un tempo di lavoro intensissimo, con giornate che di rado duravano meno di 11 ore.

I ragazzi e le ragazze che sfilavano a pugni alzati e urlando slogan in cortei quasi quotidiani nella strada centralissima del mio ufficio di allora, coprivano di contumelie me e i miei colleghi che stupiti stavamo a guardarli (ma solo le prime volte) dalle finestre, invece di raggiungerli e unirci alla loro lotta per cambiare il mondo.

Il fatto è che, magari solo perché un po’ meno giovani (ma non tanto) della maggior parte di loro, io e i miei colleghi pensavamo che il nostro stimolante e pesante lavoro servisse a migliorarlo almeno un poco, il mondo. E ci stupiva che qualcuno pensasse di arrivarci sfilando per strada e urlando che ciò che a noi si chiedeva di far funzionare meglio, doveva invece essere disfatto.

Poi abbiamo perso tutti. Ma questo è un altro discorso.

Mentre ciò che connette il mio ricordo alle perplessità di Dolci, è la domanda che ci ponemmo noialtri quando fu chiaro che i cortei (e ciò che purtroppo quasi sempre ne seguiva), erano ormai assurti a forma di espressione “codificata” del disagio e del dissenso di una generazione, e cioè:

“O.K., hanno le loro ragioni. Però, chi paga?” Insomma, dove dormono, mangiano, vivono tutti costoro, e soprattutto per quanto tempo e a spese di chi si illudono di continuare a restare fuori dal sistema? E con quali risorse pensano si possa realizzare ciò che pretendono, inclusa, nientemeno, l’idea (uno degli slogan più fortunati) di portare al potere la fantasia?

Non ci fu mai risposta, salvo quella dei fatti che dettero ragione a Eugène Ionesco. Il quale dal balcone sul quale gli studenti lo contestavano con la violenza verbale che da allora ha messo radici nel costume, profetizzò: “Tanto, diventerete tutti notai!”. O, aggiungo io, giornalisti e Direttori di giornali, manager, professori, scrittori, o magari politici. A parte purtroppo i pochi che elaborarono i propri sogni in incubi e sparsero molto sangue inseguendo una rivoluzione che poteva realizzarsi solo nella loro testa.

Sono passati più di trent’anni, il linguaggio e i costumi sono cambiati e quei tempi sono lontani: ma nel mezzo della più grave e lunga crisi finanziaria ed economica del dopoguerra, tornano ancora incredibilmente quasi le stesse parole d’ordine, che sollecitano la stessa domanda.

Che è inutile porre ai temerari che non le hanno mai abbandonate e a chi le riscopre oggi, perché per gli uni come per gli altri rispondere non è importante. E comunque tocca ad altri.”.

Michele Giardino

6 Commenti a A proposito di Ingroia ricevo e volentieri pubblico

  1. mauri roberta 19 gennaio 2013 at 13:42 #

    Grazie Andrea e Michele per quanto avete scritto e per come avete saputo esporlo nella forma e ancor più nella sostanza. E grazie anche a Giancarlo Santalmassi che con il suo blog ci permette di riflettere e crescere .

  2. Ilaria V. 19 gennaio 2013 at 15:17 #

    Gentile direttore,
    ho un problema: faccio fatica ad estrarre dai due interventi un sapore minimamente moderno.
    Le riflessioni di Andrea e di Michele, seppure condivisibili, mi suonano come l’altra faccia della stessa medaglia. Mi fanno sentire ferma.

    Quando Michele scrive: “[…] Poi abbiamo perso tutti. Ma questo è un altro discorso. […]”, quando Andrea afferma: “[…] in Italia esiste una parte dell’elettorato che si nutre di banalita’, di utopie e se ne frega delle contraddizioni. […]”,
    mi vengono in mente i film di Moretti, i dibattiti televisivi anni ’70, certi fumosi attivi studenteschi (che evitavo come la peste) e tutta una serie di situazioni in cui alla fine della fiera risultavano chiari i contorni dei soliti soggetti: il riformista assennato, il modernizzatore tecnologico, il conservatore sepolcro imbiancato, il duro e puro, l’utopista incazzoso “sbattiamoli fuori tutti”, il qualunquista “è tutto un magna magna” e via dicendo. Tutto fermo.
    Non riesco a capire, davvero, se c’è qualcosa di stantio nel merito o nel metodo.

    (mi rendo conto di non essermi spiegata)

    • andrea dolci 19 gennaio 2013 at 17:46 #

      E’ vero, la societá italiana assomiglia molto alla galleria di personaggi impagliati che lei descrive.
      Dice che siamo fermi ? Si legga cosa scriveva Prezzolini nel “Codice della vita italiana”, guardi l’anno di pubblicazione e ne tragga le conclusioni.

  3. michele 19 gennaio 2013 at 16:37 #

    Lei ha ragione, gentile Ilaria, gli anni erano proprio quelli ed è vero che c’eravamo proprio tutti.
    E siamo stati tutti bravi a sprigionare campi di forze contrastanti che compongono nel loro insieme un equilibrio perfetto, fatto quasi solo di parole, che regge una totale immobilità e non permette – o non è in grado, non c’è molta differenza – di dare corso a nessuna vera scelta: di idee, obiettivi, programmi, ma soprattutto di capi.
    Capi veri, lei di certo cosa intendo, non i cacicchi nei quali la nostra storia troppo spesso inciampa: tronfi, narcisisti, abili nel sollecitare il peggio che c’è nei connazionali ma privi del talento e delle conoscenze, se non della sapienza, che legittimano l’esercizio del comando; inclini persino ad apparire un po’ stupidi, in questo nostro singolare e (da me) amatissimo Paese ove chi mostra furberia e scaltrezza ha di regola molta più fortuna di chi possiede intelligenza, equilibrio, maturità e soprattutto competenza. Tutte doti, capita di sentir dire e persino a volte di leggere, che danno sui nervi.
    Mi scuso per le troppe parole, ma ci tenevo a spiegare che almeno a me non mancano le ragioni per pensare che abbiamo perso tutti..

  4. Domenico 19 gennaio 2013 at 18:13 #

    Che ci sia una deriva sessantottina in giro per l’Italia lo dimostra la manifestazione contro Visco all’Università di Firenze: con slogan demenziali (Bankitalia = sfruttamento) una trentina di studenti ha tentato di impedire la conferenza del governatore della Banca d’Italia di certo utile per i tanti studenti che erano andati ad ascoltarlo.
    Questa marginalità prepotente e violenta ritorna sempre a farsi viva: ha un andamento carsico, ma è sempre lì.
    Dobbiamo accettarla e andare avanti?
    Non credo. La democrazia mite, quella che non sa fermare il Balckblock e che fa solo ‘contenimento’ lasciando che questi mettano a fuoco Roma Genova e qualunque città vogliano non è più tollerabile in questi tempi di crisi.
    E non è tollerabile il pratico smantellamento dei servizi segreti, soprattutto quello interno. I servizi segreti consentirebbero la realizzazione di un’operazione magica, ormai ignota: prevenzione.
    Gabrielli, insediato giovanissimo all’Aisi, per prima cosa ha smantellato l’ufficio analisi: quello che aveva segnalato alla Polizia la possibilità che Biagi fosse arrestato. Una vendetta nello stile del ‘Capo’.
    Ho conosciuto bene due capi della Polizia: Parisi e Masone. Un questore di Roma Monarca. Per tutti questi Contrada era un servitore dello Stato. Forse la sua presenza in carriera ostacolava la carriera di qualcun altro.
    Questo è il nostro Paese: e se c’è una ragione, una sola per desiderare l’azzeramento della classe dirigente politica è proprio il coacervo di ricatti che la condizione tutta. Compresa l’autorità giudiziaria: chi conosce i vizi e i vizietti dei magistrati? Di tutti gli scortati? Le scorte. Usate a tutti i fini, compresi quelli sessuali.
    A chi riferiscono le scorte? Al Viminale.
    Ora, siamo seri, la Cancellieri può fare il ministro degli interni della Repubblica italiana con quel genere di lupi che la circondano? Non lo poteva fare Giuliano Amato, affetto da collaboratori sotto schiaffo, capace di allontanare il suo capo di gabinetto perché la sua spina dorsale (del capo di gabinetto) faceva ombra a colui che allora era capo della Polizia e poi proprio Amato nominò anche capo di gabinetto.
    L’ultima autorevole barzelletta: Berlusconi avrebbe intenzione di proporre la Cancellieri per il Quirinale.
    Per finire un particolare: dove s’era conquistata, la predetta, le benemerenza che l’hanno portata al governo? Riflettete, amici miei: è stata commissario prefettizio al comune di Bologna dopo quel signore che si chiamava Del Bono, ecc. ecc.

  5. Domenico 19 gennaio 2013 at 18:19 #

    Una integrazione: lo vediamo tutti i giorni in televisione, questo Antonio Ingroia. Quali pensieri induce sull’inchiesta che l’ha visto protagonista?
    Ognuno sarà indotto a pensare quello che vuole, naturalmente.
    Ma quando si pensa al privilegio di credibilità consegnato da Ingroia a gente come Ciancimino figlio, a scapito di servitori dello Stato come Mario Moti e il capitano Ultimo, ognuno si farà due conti, proprio alla luce delle cose che oggi fa e dice il predetto.
    Non è chiaro, o è chiarissimo, perché Caselli sia schierato su quel fronte, proprio lui che, chiamato a testimoniare a Palermo, scagionò Mori.
    Misteri della corporazione.

I diritti d'autore appartengono alle rispettive firme. Santalmassiaschienadritta.it è uno spazio aperto a disposizione dei lettori.
La qualità del sito dipende anche dalla vostra collaborazione. Sappiate che inserendo dei commenti dovrete seguire le regole del sito e sarete gli unici responsabili di quel contenuto e delle sue sorti.