L’estate messianica di Nethaniahu

di Maria Grazia Enardu
 
Sui giornali di venerdì 3 agosto due voci, assai diverse e autorevoli, sono intervenute nel dibattito che infuria nel governo di Israele: attaccare o no l’Iran? Prima che si doti di una bomba nucleare?
 
Netanyahu è da tempo favorevole, a parole chiare, e il ministro della Difesa Barack pure. Contrari, in modo aperto e pubblico, praticamente tutti i capi delle forze armate e dei servizi segreti, compreso l’attuale capo di stato maggiore, Benny Gantz, che è intervenuto diverse volte per consigliare massima prudenza e attentissima valutazione, cioè no. Perlomeno non senza gli americani, che non vogliono un’altra guerra.
 
Su Repubblica è apparso un articolo di Grossman che da anni interviene contro la politica di  Netanyahu e che ora sfodera argomenti decisivi perché estremamente dolorosi: il primo ministro ha una visione messianica, crede che Israele sia un popolo eterno quindi nulla gli può accadere. Quindi Netanyahu scommette sul successo dell’attacco all’Iran, lo ritiene comunque vantaggioso.
 
Con lucida amarezza Grossman compie anche il passo successivo, chiedendosi come mai in Israele l’opinione pubblica non insorga contro questa linea, non pianti tende e non formi cortei di protesta.
Come mai subisca l’eventualità di una guerra in silenzio, a occhi chiusi, con rassegnato fatalismo.
 
Se ne discute invece molto, anche troppo, ad altissimo livello. Il governo ha una composizione di  destra e estrema destra (dopo la temporanea partecipazione del partito centrista Kadima), e il peso del partito di Netanyahu può condizionare i partiti minori. In pratica, quel che pare mancare è l’assenso dei militari, ovvero il vertice del paese è spaccato tra politici che dicono di volere la guerra e militari che cercano di impedirla. Curiosa e tragica inversione dei ruoli.
 
Le tentazioni di Netanyahu sono, alla luce della storia ebraica, del popolo che lui definisce eterno quindi indistruttibile, quasi incomprensibili. Varie catastrofi si sono abbattute sul regno di Israele per scelte politiche sbagliate, basta rileggere gli inutili ammonimenti di Geremia o ricordare le scelte che portarono nei primi due secoli dell’era comune alla distruzione di Gerusalemme, del Tempio e della presenza ebraica in terra di Israele. Nelle sfide messianiche contro Roma che  causarono 18 secoli di esilio e tragedie, falsi messia compresi.
 
Ma lo scenario di catastrofe predetto da Grossman si incrocia con l’opinione lucida, professionale, di un diplomatico vero, e pure britannico, ovvero per definizione di vecchia scuola.
L’ambasciatore inglese a Tel Aviv, Matthew Gould, ha rilasciato un’intervista televisiva. Non ha parlato a caso, non è concepibile che una persona con le sue responsabilità  parli senza aver pesato ogni parola e senza aver concordato l’intervento con il suo governo. E siccome è ebreo, ed orgoglioso di esserlo nel suo ruolo di diplomatico in Israele, è altrettanto impensabile che abbia espresso opinioni che non siano state a lungo meditate, anche sul piano personale. Gould è inoltre  persona che ha viaggiato molto, nella sua pur giovane vita, e come diplomatico conosce bene Stati e Uniti e Iran.
 
Gould non ha parlato dell’attacco all’Iran, ma dell’inesistente processo di pace tra Israele e i palestinesi, ha detto che Israele sta perdendo appoggi internazionali e poi ha fatto un paragone. Israele è il nuovo Golia e i palestinesi il piccolo David.
 
Apriti cielo.
Il portavoce del ministro degli Esteri di Israele, da vero professionista, ha detto che hanno preso nota. E fanno bene, quel che Gould ha detto è gravissimo.
Altre reazioni hanno cercato di sminuire le parole dell’ambasciatore, e soprattutto di negare ogni possibile paragone, al contrario, con David e Golia.
 
Perché quel che brucia, nel confronto con la storia di un celeberrimo duello, non è la sconfitta di Golia, grande e grosso, da parte di un pastorello abile e furbo.
Quel che brucia davvero è che Golia era tracotante e soprattutto stupido.
Il pastorello aveva dalla sua il Padreterno in persona e i consigli del profeta Samuele, il che non era poco, ma Golia era tanto sicuro di sé da commettere l’errore di cacciarsi in una situazione in cui la sua vittoria non cambiava nulla, ma la sua sconfitta avrebbe prodotto la catastrofe.
 
L’ambasciatore Gould, da diplomatico e da ebreo, ha capito l’antica lezione, e Grossman sta cercando di parlare al suo paese e al suo governo.
L’unica possibile alternativa che non finisca in guerra è che Netanyahu stia conducendo un pericoloso gioco non per attaccare l’Iran ma per stringere gli americani in un angolo e magari influenzare la campagna presidenziale, contro Obama –  che, se rieletto, se ne ricorderà.
 
E’ un dilemma: se Netanyahu attacca, indipendentemente dal risultato, Israele diventerà uno stato paria, come da anni sanno bene i diplomatici israeliani,
Mentre se non attacca dopo aver tanto parlato, rischia l’ostilità di tutti quei paesi, e sono tanti, che a parole appoggiano Israele e in realtà ne detestano il governo, sono stufi di dichiarazioni bellicose e temono ulteriore instabilità in un Medio oriente già più che complicato.
 
Israele teme il nucleare iraniano non in sé ma perché, senza un trattato di pace con i palestinesi, e con la crescita degli insediamenti nel West Bank, è possibile che una futura crisi con i palestinesi veda un intervento iraniano, anche di sola potenziale minaccia.
Scenario più teorico che concreto,  che comunque poggia su un’oggettiva debolezza: senza accordo con i palestinesi, Israele ha un fianco perennemente scoperto. Ma il problema è la mancata Palestina, non l’Iran, e da anni Netanyahu seppellisce metodicamente ogni possibile speranza di negoziati.
 
In una riunione di governo a porte chiusissime, Netanyahu ha detto che si prenderebbe lui la responsabilità di un attacco all’Iran.
Discorso talmente infantile da  essere incredibile, forse le fonti anonime hanno riferito male?
Anzi, ricorda molto certe uscite del Duce sul balcone, l’ora delle decisioni supreme etc.
 
Perché Bibi, con totale irrealtà, crede che un politico che prende una decisione sbagliata venga al massimo temporaneamente mandato a casa, oppure diventi oggetto di una commissione di inchiesta.  Faccenda che non fermò Sharon dopo la sua decisione, nel 1982, di disobbedire al governo Begin e invadere il Libano molto più del previsto. E poi divenne capo del governo.
Ovvero Bibi crede di non rischiare nulla e vuole il suo momento di gloria. Messianico. Dimentica che molte cose possono succedere e che anche le democrazie a volta uccidono i propri capi democraticamente eletti – dopotutto ne ha avuto un esempio in casa.
 
La risposta alla follia di Netanyahu l’ha indirettamente data Grossman, citando il poeta Bialik: sarà Israele a pagare col sangue e col midollo.
Alcuni anni fa, Grossman ricevette una laurea ad honorem dall’Università di Firenze, con la motivazione che non era solo un grande scrittore ma un profeta. E i profeti, per definizione, hanno ragione solo dopo, quando è tardi.
 

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