Liberalizazioni: chi condiziona chi

Hanno trasformato l´anticamera delle commissioni più delicate – dalle Attività produttive al Bilancio – in un suk. È accaduto poche settimane fa, quando il governo ha dovuto stralciare dal decreto “Salva Italia” le norme sulle liberalizzazioni. Si ripeterà tra pochi giorni. L´Antitrust ha dettato la sua ricetta per liberalizzare energia, Poste, servizi pubblici. Monti e Catricalà torneranno alla carica. E gli emissari dei gruppi di interesse sono entrati già in fibrillazione. Avranno una buona sponda all´interno delle Camere.

Ancora una volta, il Parlamento delle corporazioni alzerà le sue barricate. In un gioco ad incastri nell´opacità, senza trasparenza, senza regole, senza controlli. Un Far West in cui poco è cambiato da quando un faccendiere pluricondannato come Luigi Bisignani, piduista e poi protagonista dell´inchiesta sulla P4, è diventato fulcro di operazioni che hanno coinvolto governo, Parlamento, linee strategiche di aziende multinazionali come Finmeccanica o Eni.
È l´ampia zona grigia dell´italico processo decisionale abitata da lobbisti che si travestono da parlamentari, da parlamentari peones succubi dei lobbisti, da migliaia di mediatori senza specifici vincoli di legge, dagli uomini potenti delle relazioni istituzionali dei grandi gruppi industriali, delle banche e delle assicurazioni che si mischiano con quelli dei gruppi di pressione vecchio stile: Confindustria, Confcommercio, sindacati, cooperative rosse e bianche. E poi, sì, ci sono anche i condizionamenti d´Oltretevere, perché c´è stato – eccome – il pressing della Chiesa nella manovra che ha impedito che la pillola anticoncezionale (fascia C non rimborsabile dal servizio sanitario nazionale) finisse sugli scaffali della grande distribuzione. E a poco è valsa la garanzia del farmacista dietro il banco.
Ma perché abbiamo un Parlamento prigioniero delle corporazioni? C´è una lettera (protocollo 20080004354/A. G.) del 16 aprile del 2008 firmata dall´allora presidente della Federazione degli Ordini dei farmacisti, Giacomo Leopardi (alla guida dell´ordine per ben 23 anni) che spiega – involontariamente, sia chiaro – chi sono i lobbisti con indennità da parlamentare. La lettera è scritta subito dopo le ultime elezioni ed è inviata a tutti i presidenti degli ordini dei farmacisti.

«Si fa seguito e riferimento alla circolare federale n.7123 del 10 marzo u.s. per informare che, con riferimento alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile u. s., sono risultati eletti al nuovo Parlamento i seguenti farmacisti. Dott. Rocco Crimi (Pdl), Camera, Dott. sa Chiara Moroni (Pdl, passata poi a Futuro e Libertà, ndr), dott. Valerio Carrara (Pdl), Senato, Dott. Fabrizio Di Stefano (Pdl), Senato. Si evidenzia inoltre che è stato eletto al Senato anche il Dott. Luigi D´Ambrosio Lettieri (Pdl), presidente dell´Ordine dei farmacisti della provincia di Bari e componente del Comitato centrale della federazione».

Ma non è finita: «La scrivente esprime ai farmacisti eletti vivissime congratulazioni e formula loro i migliori auguri di un buon lavoro da svolgere nel rispetto dei valori ordinistici e dei principi fondanti la nostra professione». Uno smaccato conflitto di interessi nella degenerazione del parlamentare-designato chiamato a rispondere al suo capo partito e a nessun elettore. Così, dopo il partito della Coldiretti, che nella prima Repubblica eleggeva non meno di una trentina di deputati nelle liste della Dc, quello dei farmacisti che ha deciso di giocare la sua partita politica nel centrodestra della seconda Repubblica.

Così, non c´è da stupirsi se D´Ambrosio Lettieri è anche il primo firmatario della lettera dei 73 parlamentari anti liberalizzazioni, suddivisi tra Pdl, Io Sud e Terzo Polo. E che firme tra quei parlamentari: da Maurizio Gasparri a Raffaele Fitto, da Maurizio Lupi a Francesco Nitto Palma, da Gaetano Quagliariello a Maria Roccella, da Paolo Romani a Massimo Corsaro. Tutti in prima linea. In qualche caso, com´è avvenuto per le quote latte, è un intero partito a farsi lobby, sotto le insegne di Alberto da Giussano.

Che poi è l´accusa che da destra muovono al Pd quando entrano in gioco le coop. Tra gli scranni siedono 133 avvocati, 53 medici, 23 commercialisti, 13 architetti, 90 giornalisti. I paladini delle toghe si chiamano Maurizio Paniz, Nino Lo Presti, Gaetano Pecorella, tra gli altri. Già in guerra contro il progetto del governo di cancellare l´iscrizione agli ordini, gli esami di Stato e le tariffe minime. Non ci sono tassisti, nelle Camere.

Ma è come se ci fossero. Tutti nella destra: Barbara Saltamartini, Vincenzo Piso, Francesco Biava, scuderia di Gianni Alemanno, il sindaco di Roma che deve la sua scalata al Campidoglio anche alle 7.500 auto bianche schierate con lui nel 2008.

Per la verità uno dei capi della categoria, quel Lorenzo Bittarelli, presidente dell´Uritaxi e della potente cooperativa romana del 3570 ha provato senza riuscirci a entrare in parlamento nelle liste del Pdl. Ma ai tassisti basta minacciare di bloccare le città per ottenere il risultato. A Roma stanno con la destra, a Milano con la Lega. Per i loro padrini politici, irrinunciabili opinion maker ambulanti, capaci di incidere sul consenso in piena campagna elettorale. In fondo, pensano la stessa cosa dei farmacisti.

Poi ci sarebbero i lobbisti “doc”, quelli delle corporate multinazionali che promuovono – quando vogliono – le campagne attraverso i social network. Lo fanno anche in Italia e la politica è costretta a rincorrere. Clamorosa fu per esempio la protesta via web sui costi delle ricariche telefoniche. Dietro pare ci fosse uno degli operatori del settore. Massima discrezione e super attivismo anche per la lobby delle autostrade.

Si chiama Aiscat, rappresenta 23 concessionari che gestiscono 5.600 chilometri di rete. A inizio anno le tariffe autostradali sono già aumentate. Municipalizzate, benzinai, commercianti, banche. Chi come Linda Lanzillotta da anni si batte per aprire uno squarcio alle liberalizzazioni, scuote la testa scettica: «Monti può farcela solo se presenta un pacchetto complessivo, altrimenti addio. Gli salteranno addosso».

Se ci fosse trasparenza sui flussi di finanziamento della politica sarebbero chiari i collegamenti tra lobby e parlamentari. Avviene negli Stati Uniti e in quasi tutti i paesi a democrazia matura. Da noi no, da noi si finge. Così che la relazione ai presidenti delle Camere del Collegio di controllo sulle spese elettorali della Corte dei Conti rileva che tutte le forze politiche abbiano ricevuto contributi da privati, ma non si sa sempre da chi e soprattutto per quali importi. Opacità. Non fosse altro perché il finanziamento può restare anonimo fino alla non indifferente soglia dei 50 mila euro.

I vantaggi per l´imprenditore che trasferisce denaro ai «cari leader» sono invece consistenti, dato che scatta un diritto alla detrazione del 19 per cento di quanto versato. Un quadro interessante emerge scorrendo le dichiarazioni depositate alla Camera dei contributi a partiti nazionali e locali e singoli parlamentari nel 2010. La torta che le varie sigle si sono spartita ammonta a 49 milioni di euro in un solo anno.

A parte delle centinaia di microversamenti, si scopre ad esempio che Giuseppe Mussari, presidente del Monte dei Paschi e dell´Abi, l´associazione bancaria italiana, risulta essere il mecenate del Pd di Siena: 85 mila euro nel 2009, 100 mila nel 2010. Il Pdl ha ricevuto 50 mila euro dalla spa Metro C di Roma, 50 da Progetto 90 srl di Roma e 50 dalla Milano 90, entrambe di quel Sergio Scarpellini che è proprietario di una serie di immobili locati dalla Camera (e ora in via di smobilitazione).

E poi 80 mila dalla Master immobiliare di Roma, 80 mila dalla Leva srl di Roma, 200 mila dal Consorzio Villa Troili di Roma, 50 mila dalla Mezzaroma Ingegneria srl, 75 mila dalla Italiana Costruzioni spa di Roma e via finanziando fino a quota 4 milioni 700 mila euro. Mara Carfagna spicca per trasparenza, perché la deputata pidiellina a differenza di altri, pur non essendo tenuta, rende pubblici anche i mini finanziamenti ricevuti nell´anno della sua candidatura in Campania da sette finanziatori, tra cui AirItaly, per un totale di 47 mila euro (sotto soglia).

L´Udc invece nel 2010 incassa 600 mila euro. Dietro, c´è tutto il supporto della famiglia Caltagirone (suocero di Casini): 100 mila euro ciascuna la Caltagirone Francesco, Caltagirone Francesco Gaetano, Caltagirone Gaetano, Caltagirone Alessandro, la Porto Torre spa, la WXIII/E srl di Roma. Finanziamento non equivale a condizionamento. Questo è chiaro. Ma la trasparenza dei dati spesso aiuta a capire. E in qualche modo risalta l´assenza dei grandi gruppi industriali dalle dichiarazioni pubbliche.

In principio era solo Fiat. E gli amministratori parlavano direttamente coi ministri. «Oggi se dovessi stilare una classifica, direi che in Parlamento si muovono parecchio con i loro uomini Eni e Enel, seguiti dalle aziende telefoniche e dagli altri gruppi energetici», racconta il democratico in commissione Attività produttive Andrea Lulli. Il problema è che ad accedere a Montecitorio e Palazzo Madama non sono solo i responsabili delle relazioni esterne dei grandi gruppi.

«Ci sono tre categorie di avventori», racconta Fabio Franceschetti, un passato radicale, oggi a capo della «Nomos» una delle più quotate e delle poche ufficiali società di lobbying. «La prima categoria è quella degli uomini azienda di società e multinazionali, poi ci siamo noi, professionisti e tecnici che agiamo per conto delle aziende, infine i battitori liberi o faccendieri».

Sono tanti, tantissimi, spesso avvocati di professione, lavorano per contatto o conoscenza personale, forti di una voluminosa rubrica. Rientrano un po´ nella categoria i Bisignani, i Lavitola, i Tarantini. «Il paradosso è che in Parlamento non ti fanno entrare col tesserino da ospite se non ti dichiari rappresentante di un´azienda: dichiararsi società di lobbying non conta niente», dice ancora Franceschetti. Il dipietrista Antonio Borghesi descrive la scena: «Fuori dalle commissioni stazionano questi emissari. Spesso sono giovani donne. Soprattutto quelle delle aziende telefoniche e delle società autostradali. Molto suadenti, spesso insistenti. Quando ci sono le sedute notturne e quando si sta per decidere, diventa tutto un grande suk».

Il grande suk degli interessi. Senza i riflettori accessi, nella penombra. Senza nessuna legge. Perché i lobbisti made in Italy preferiscono l´opacità. Ci sono otto proposte di legge presentate in Parlamento. Per nessuna è cominciata la discussione. Resteranno lettera morta, come le altre quaranta proposte degli ultimi decenni. Altro che Bruxelles, Londra o Washington.

Qui di società ufficiali che interagiscono con la politica se ne contano davvero poche. La «Reti» di Claudio Velardi, la Cattaneo Zanetto & C., la FB & Associati e la Nomos. Fabio Bistoncini, boss della Fb, sui suoi «Venti anni da sporco lobbista» ha pubblicato quest´anno un libro (Guerini e associati editore). «Il senso della mia storia da lobbista lo troverò – racconta – quando il lavoro che faccio uscirà dal cono d´ombra che lo avvolge». Troppi «sottobraccisti» in circolazione, che «non offrono competenza, ma vendono relazioni».

3 Commenti a Liberalizazioni: chi condiziona chi

  1. DRUGO 13 Gennaio 2012 at 09:29 #

    beh, se questa è l’itaglia… scappate gente scappate, e a gambe levate!
    quanto meno in qualsiasi angolo del mondo c’è di sicuro molta meno m**** che in questo paese schifoso
    un caro abbraccio a te, gcs
    da ferdinando, padova

  2. Cesare Manfroni 13 Gennaio 2012 at 23:40 #

    Considerazioni sul Sistema Farmacia Italia

    Cari amici,
                   vi rimetto qui di seguito una serie di considerazioni personali – per quello che possono valere e senza presunzione di essere nel giusto e nel vero – sul discusso tema della riforma del servizio farmaceutico.

    Considerazioni da me gia’ formulate tempo indietro e aggiornate in funzione di quanto accaduto nel frattempo.

    Vuole solo essere un contributo di riflessioni che si aggiungono alle tante  – troppe forse e spesso contrastanti – sollecitazioni che ricevete da piu’ parti.

    Sistema farmacia Italia : considerazioni.

    E’ necessario spiegare – in maniera semplice, chiara e facilmente comprensibile pure per i non addetti ai lavori – le motivazioni per cui un sistema come quello della farmacia italiana – efficace ed efficiente – non andrebbe stravolto dal punto di vista delle attuali leggi che lo regolano , in quanto dagli eventuali cambiamenti della normativa in essere non ne deriverebbero vantaggi ne’ per i cittadini ne’ per lo Stato .

    Anzi si avrebbero sicuramente conseguenze negative sia per quanto riguarda la capillarita’ del servizio sull’intero territorio nazionale che per la qualita’ e la quantita’ dei servizi erogati.

    Capillarita’ oggi ‘ assicurata da una norma di grande interesse sociale che prevede la “pianta organica” e cioe’ la presenza obbligatoria in ogni Comune, anche nei piu’ piccoli , di almeno una farmacia ; e poi , altrettanto obbligatoriamente , altre farmacie in funzione del numero degli abitanti ( una ogni 5000 nei Comuni fino a 12.500 abitanti e una ogni 4000 nei Comuni con piu’ di 12.500 abitanti ) .

    Inoltre, c’e’ da rimarcare che in forza di tale normativa spetta sempre ai Comuni identificare le zone dove le farmacie devono essere ubicate , al fine di garantire una equa distribuzione del servizio sul territorio in funzione esclusivamente delle esigenze dei cittadini .

    La eventuale eliminazione della pianta organica favorira’ la moltiplicazione dei punti di vendita , con conseguente prevedibile riduzione delle dimensioni , dal punto di vista del fatturato , delle singole farmacie.

    “Esercizi” economicamente piccoli non saranno in grado di  erogare servizi sociosanitari , sopratutto gratuiti, come in gran  parte avviene  oggi .
    Come non potranno dotarsi di strutture e attrezzature moderne ( robot, sistemi informatici, etc. ) che  abbisognano di notevoli risorse finanziarie  per essere acquistate.
    Ma sopratutto, se si dovesse verificare un tale stravolgimento, le farmacie piu’ grandi sarebbero costrette ad una significativa riduzione degli organici con pesanti conseguenze per l’occupazione.
    Si tornerebbe alla impresa famigliare. Le prime a chiudere saranno proprio le Farmacie Comunali.
    Come  non sarà’ più’  possibile, dal punto di vista della sostenibilita’ economica , portare avanti il programma di realizzazione  della  ” Casa della Salute ” : un centro polifunzionale socio/sanitario,organizzato presso le farmacie  , in grado di erogare
    servizi “di prima istanza” , quali , ad esempio , autoanalisi, controllo pressione,  telemedicina, holter pressorio, informazioni per la prevenzione delle malattie, CUP durante tutta la giornata festivi compresi, defibrillatore ,  etc. etc.
    E ,soprattutto, sara’ difficile – per ristrettezza di risorse umane e di mezzi – collaborare concretamente per la prevenzione delle malattie e per la tutela della salute e del benessere mediante una efficace attivita’ di informazione : la informazione infatti e’ la prima delle medicine.
    Un progetto tanto auspicato da “sinistra e destra” e che dovrebbe permettere di avvicinare la sanita’ ai cittadini proprio grazie alle farmacie e alla loro presenza capillare sul territorio ; e che gia’ oggi molte farmacie di medio/grandi dimensioni hanno realizzato ( vedere per credere ).
    Questa iniziativa    darebbe , come da’  laddove e’ stata realizzata , vantaggi ai cittadini e nel contempo permetterebbe notevoli risparmi  economici al SSN : basti andare a verificare le tante realta’ esistenti ( si pensi, ad esempio, al CUP ).

    Argomenti a sostegno di quanto sopra:
    1 – Per quanto riguarda i farmaci su prescrizione di fascia A – rappresentano oltre il 90% dei farmaci in commercio –  i prezzi al pubblico sono fissati dallo Stato o comunque da strutture pubbliche e pertanto non e’ possibile la concorrenza.
    Quindi da una “liberalizzazione” totale o parziale della distribuzione del farmaco non derivera’ alcun vantaggio per i consumatori e per lo Stato.

    2 – La totalita’ dei prodotti  ” non farmaco ” o “parafarmaco”  presenti in farmacia sono gia’ venduti anche dalla ” Grande Distribuzione ” ( GDO ) oltre che da tanti altri canali distributivi ( profumerie, erboristerie,parafarmacie, etc. ) e pertanto di concorrenza ce ne e’  gia’ a  iosa  !
    E a causa di cio’ molti prodotti vengono distribuiti dalle farmacie in totale perdita : si pensi ai pannolini, agli omogeneizzati, ai prodotti per l’igiene della persona,etc.

    3 – Per quanto riguarda gli OTC  – gli unici farmaci acquistabili senza prescrizione – essi sono gia’ presenti nelle parafarmacie e nei ” corner” dei supermercati e  in molti casi i prezzi sono superiori a quelli praticati dalle farmacie per il brand originale.
    Infatti man mano che scadono i  brevetti aumentano i prodotti commercializzati a prezzo libero e in molti casi tale prezzo è più’ elevato rispetto al prodotto originale acquistabile con ricetta (vedi :  pantoloc, momentact, xantrazol, etc. ) .
    E le Industrie hanno costituito delle strutture promozionali  ” ad hoc”  per favorirne la vendita.
    Per non parlare delle ingenti risorse che le Industrie investono in pubblicita’, anche televisiva, proprio per favorire la vendita di questi prodotti “vecchi” ma in confezione rinnovata e accattivante e ai prezzi piu’ disparati proprio perche’ liberi.
    Vendita che avviene gia’ oggi  nei “Corner” dei  supermercati o nelle Parafarmacie  , anche a ” self  service ” . Oltre che nelle farmacie, per forza di cose ( se vengono pubblicizzati massicciamente e se gli “altri” li distribuiscono anche le farmacie sono costrette a tenerli.)
    E anche i minorenni ne possono acquistare ;  inoltre senza limiti di quantita’ non essendo obbligatoria la prescrizione medica , come se si trattasse di caramelle e invece sono farmaci a tutti gli effetti.
    Questa politica  “permissiva” potrebbe favorire la diffusione di patologie a seguito di abuso di assunzione di farmaci, con gravi danni anche sociali. Vedi Stati Uniti !

    4 – Il moltiplicarsi dei punti di vendita e’ statisticamente provato che favorisce la crescita dei consumi .
    Come si concilia con la politica del risparmio nella spesa farmaceutica?
    Si dira’ che questa parte di spesa non e’ a carico del SSN  , ma e’ comunque un costo per i cittadini che in molti casi  si potrebbe evitare.
    Oltre ai danni da “consumismo ” di farmaci di cui si e’ detto sopra.
    I farmaci non sono un bene di consumo ma un prodotto che va assunto solo in caso di comprovata necessita’ ;  e quindi non ne va favorita la vendita.

    5 – A causa della riduzione della attivita’, le farmacie ridurranno gli investimenti , i servizi e l’occupazione ; proprio il contrario di cio’ che si auspica !
    La riduzione della attivita’ , tra l’altro, e’ gia’ in atto in conseguenza  della continua riduzione dei prezzi di molti farmaci a seguito del costante  ingresso sul mercato dei cosiddetti “generici” ( da non confondere con gli OTC ) di cui giustamente si auspica un sempre maggiore utilizzo e che le farmacie propongono a tutti i cittadini.
    Quindi la redditivita’ delle farmacie , gia’ notevolmente  diminuita rispetto al passato , e’ destinata a ridursi a livelli non piu’ sopportabili.
    Si vedano i bilanci veri delle farmacie comunali se non si crede alle affermazioni dei privati.

    6 – Spariranno le farmacie dalle zone piu’ disagiate dove svolgono un insostituibile servizio di grande rilevanza sociale  e professionale  per 365 giorni l’anno ,giorno e notte  !
    E si avra’ invece una “fuga”  verso le aree piu’ popolate.
    Una volta si diceva che nei centri piu’ piccoli gli unici riferimenti erano il Parroco, il Maresciallo dei Carabinieri ed il Farmacista : oggi in moltissimi casi e’ rimasto solo il farmacista  ; e cio’ grazie alla lungimiranza di una normativa ad alto valore sociale quale e’ quella sulla “pianta organica” che di fatto si vorrebbe abrogare o modificare; uno “strumento” a tutela dei cittadini e non dei farmacisti !

    7 – Sicuramente invece si puo’ ,   anzi si deve , modificare la  normativa, come proposto dalla stessa  Federfarma ,per permettere l’espletamento immediato dei concorsi per coprire tutte le sedi vacanti – concorsi in gran parte bloccati a causa di complicazioni burocratiche o di ricorsi amministrativi – quando non di negligenze piu’ o meno interessate – che non arrivano mai a conclusione – e si deve permettere l’apertura di nuove farmacie nei grandi centri commerciali, negli aeroporti , nelle grandi stazioni ferroviarie , nei grandi centri fieristici , lungo le autostrade.
    Come si puo’ unificare il “quorum” a 4000 abitanti per farmacia al fine di aumentare il numero delle farmacie proprio nei centri piu’ piccoli , per meglio presidiare il territorio.
    Nella stragrande parte del territorio nazionale il rapporto farmacie/ abitanti previsto dalla legge e’ sempre rispettato ; anzi normalmente il numero di abitanti per farmacia e’ sensibilmente inferiore al “quorum” : 3.300 abitanti circa contro i 4.000 previsti.
    Ed infine – considerata la normativa vigente attualmente – è indispensabile ed urgente intervenire con tempestivita’  in certi contesti per eliminare alcune distorsioni   , sopratutto per cio’ che riguarda  il numero di farmacie rispetto alla reale “presenza” di  cittadini “utenti”  , in particolare in alcuni quartieri urbani delle grandi metropoli o in altri casi eclatanti.
    Le  autorita’ preposte  hanno la possibilita’ o addirittura il dovere di agire con immediatezza  – utilizzando adeguati strumenti di valutazione – per disporre che in tali realta’ le situazioni vengano ” normalizzate” , secondo le leggi esistenti , con la massima tempestivita’.
    Con le innovazioni legislative di cui sopra e con gli interventi che la normativa attuale gia’ permette si potrebbe aprire un consistente numero di nuove Farmacie , senza smantellare un sistema che nella stragrande maggioranza del territorio nazionale soddisfa largamente le esigenze dei cittadini.
    Si veda , a tale proposito , l’inchiesta pubblicata su ” La Repubblica ” del 16 novembre 2010 da cui emerge con chiarezza come il servizio farmaceutico sia generalmente apprezzato dalla popolazione , tanto da essere posizionato al primo posto per gradimento rispetto ai tanti altri servizi analizzati.

    8 – Se pero’ si vuole “liberalizzare” ad ogni costo , allora si  affronti la riforma alla base : si apra all’ingresso nella proprieta’ delle  farmacie – con “paletti” da definire – anche alle persone fisiche e giuridiche non farmaciste , ferma restando la direzione riservata esclusivamente a farmacisti , come avviene da tempo in Inghilterra.
    Si dovrebbe, ovviamente , anche facilitare la costituzione di societa’ tra farmacisti al fine di realizzare aggregazioni o catene, sotto uno stesso marchio,  di piu’ farmacie, evitando pero’  che si costituiscano oligopoli , prevedendo  “paletti” ad hoc.
    Innovazioni di questo tipo  potrebbero portare al “sistema” significative risorse finanziarie e manageriali che ne favorirebbero sicuramente, laddove necessario ,  ammodernamento e sviluppo , efficienza ed efficacia, forza contrattuale adeguata nei confronti dell’industria ; una forza di cui non disporra’ mai un sistema estremamente polverizzato quale quello che si prefigura con le modifiche proposte.
    Una “riforma”  che permetterebbe alle farmacie di erogare molti  servizi e di dare un contributo determinante per la realizzazione della sanita’ territoriale ( casa della salute ) di cui abbiamo parlato sopra.
    Con notevoli risparmi per il SSN e molti vantaggi per i cittadini ( diminuzione dei tempi nelle  liste di attesa, politica della prevenzione , informazione sugli stili di vita ,diagnostica “elementare” ,CUP ,etc. etc. )

    Se tutto quanto sopra risponde al vero  ( ci riferiamo ai primi 7 punti ) – cosa facilmente controllabile  – perche’   intervenire su un sistema che funziona , efficiente ed efficace?
    Dall’eventuale modifica della normativa   non deriverebbero  vantaggi per nessuno ; almeno cosi’ sembra.
    A meno che con la scusa di penalizzare una casta non se ne voglia favorire un’ altra piu’ o meno occulta !
    Anche se dagli appelli a pagina intera apparsi sui giornali e dalla lettera di Bersani ad alcune associazioni non e’ difficile risalire ai probabili beneficiari della cosiddetta “riforma”.
    D’altronde se le parafarmacie potranno distribuire anche i farmaci su ricetta bianca che bisogno c’e  di inventare una nuova rete distributiva del farmaco e di chiamarla appunto di parafarmacie ?
    Basta incrementare il numero delle farmacie se e’ questo che si vuole , con i relativi “oneri ed onori” previsti dalla attuale legislazione.
    Se poi , sempre per questi farmaci per cui e’ necessaria la ricetta, si vogliono liberalizzare i prezzi al pubblico per favorire concorrenza e competitivita’ non c’e bisogno di autorizzarne la vendita anche attraverso le  parafarmacie per ottenere questo risultato,  in quanto – una volta liberalizzati i prezzi di vendita –  la concorrenza e la competizione si svilupperanno tra le stesse farmacie ( come gia’ avviene per i prodotti di libera vendita).
    Fermo restando che un incremento non “ragionato” del numero delle farmacie (andrebbero simulati gli effetti sul territorio , una cosa sono le grandi citta’ e una cosa diversa le citta’ medio/piccole fino , ad esempio, a 50.000 abitanti; andrebbero comunque evitate decisioni con “l’accetta”! ) porterebbe, come gia’ detto, alla crisi dell’attuale sistema.
    Forse i Comuni potrebbero essere gli Enti più idonei per valutare le reali esigenze del proprio territorio, in collaborazione con le Regioni e con le Associazioni di categoria.
    Non sara’ certo la cosiddetta liberalizzazione dei farmaci – si fa per dire – a salvare l’Italia dalla crisi !

    Cesare Manfroni

    Gennaio 2012

  3. Paolo Segnini 14 Gennaio 2012 at 23:07 #

    A Cesare nonostante le ottime argomentazioni vorrei girare una domanda provocatoria: perché un laureato in farmacia con l’adeguata preparazione ed un dovuto tirocinio non può aprire liberamente una sua farmacia? Per semplicità magari libera dall’obbligo della distribuzione dei farmaci dispensati dal SSN. Perché no?

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