L’aria che tira

Il 21 e 22 ottobre si è tenuto presso la sede della Provincia di Roma il primo convegno di LAIGA, un’associazione di ginecologi per l’applicazione della legge 194.
Strano paese il nostro, dove per difendere una legge dello stato, si dà vita ad un’associazione.
Ne faccio un resoconto per rendere meglio l’idea di come può essere resa difficile la vita lavorativa di un medico non obiettore e al servizio di una legge dello stato.
A proposito della pillola abortiva, un collega, non obiettore anche lui, sotto evidente stress esistenziale e professionale, ha detto più volte: “Ma come facciamo a somministrare la pillola abortiva, cioè farmacologico invece che chirurgico, senza ricovero, cioè violando una legge?”.

E sì che gran parte dei partecipanti aveva i capelli bianchi ed erano gli stessi protagonisti delle lotte degli anni 70, prima per promuovere la legge e poi per la campagna referendaria.
C’è infatti la sensazione che la massiccia e in gran parte strumentale adesione all’istituto dell’obiezione di coscienza finirà per rendere questa legge, sicuramente tra le più civili licenziate dal parlamento italiano, praticamente inapplicabile in molte parti del paese. Le cittadine di diverse regioni (Campania,Calabria, Sicilia Veneto per citarne alcune) già adesso trovano grandi difficoltà ad interrompere la gravidanza.
Abbiamo discusso dei vari metodi, abbiamo confrontato le situazioni, che come ho detto sono diverse da luogo a luogo, come sono diversi i comportamenti delle istituzioni.
Ad esempio in Emilia-Romagna l’assessorato ha regolamentato la materia con deliberazioni e linee di indirizzo e questo ha tranquillizzato molto i professionisti, sempre alle prese con i nemici della legge, pronti ad usare ogni mezzo per vanificarla.
Davanti all’ospedale S.Orsola per lungo tempo le donne che entravano nei giorni di interruzione si trovavano davanti i seguaci di don Benzi in preghiera per i bambini uccisi. Lo stesso convegno della settimana scorsa ha visto davanti al palazzo della Provincia una manifestazione di Militia Christi ed è stata fatta un interrogazione perché è stata assegnata alla LAIGA una sede pubblica.
Tutto questo crea un clima sgradevole, che poi spinge i giovani medici ad obiettare per non avere problemi. A questo si aggiunge l’alta incidenza dell’obiezione che costringe i pochi non obiettori a fare turni ripetuti per un’attività ritenuta “poco qualificante”, con il risultato di aumentare il ricorso all’obiezione.
Molti di noi sperano in una revisione della legge, ma la mia opinione è che di questi tempi con il nostro Parlamento e, temo, anche con quello che verrà, mettere mano alla 194 vorrebbe dire peggiorarla. Penso che bisognerebbe adottare altre misure: per esempio prevedere per i non obiettori la possibilità di accedere alla chirurgia maggiore una o due volte la settimana, non consentire agli obiettori di accedere ai servizi di diagnosi prenatale (villocentesi, amniocentesi, ecografie morfologiche), che sono spesso propedeutici ad un’interruzione di gravidanza. Così come le ASL dovrebbero valutare, nel fare assunzioni, la necessità di assicurare il servizio. Come tutto ciò si concili con la Costituzione non lo so, ma certamente non si concilia con la Costituzione l’impossibilità di usufruire di un servizio pubblico.
Si è parlato dell’aborto medico con l’esperienza pionieristica dell’Emilia–Romagna, che come dicevo ha messo a punto il suo protocollo con la partecipazione dei professionisti delle 9 aziende regionali validato da delibere e linee di indirizzo dell’assessorato.
Il Ministero, in base ad una risoluzione del Consiglio Superiore di Sanità (CSS), mandò a suo tempo una circolare che prevedeva per l’aborto farmacologico il ricovero ordinario.
Bisogna però sapere, e non tutti lo sanno, questo è il punto, che una circolare non è una legge ma solo un’indicazione che può non essere messa in pratica. Oltretutto la stessa legge 194 recita all’articolo 8 che la procedura deve essere ospedaliera, ma non parla del tipo di ricovero, anzi al terzo capoverso parla di poliambulatori autorizzati, che certamente non usano il ricovero ordinario. Inoltre l’articolo 10 della stessa legge assegna alle regioni le decisioni sulla cure e sulla degenza dei pazienti riferendosi a una legge del 1974.

Per finire grande assente in quel consesso era la politica non solo e non tanto perché mancavano i politici, forse per una scelta degli organizzatori, ma perché noi stessi protagonisti non facciamo politica ormai intossicati dal mantra di questi anni: la politica è sporca, sono tutti uguali ecc. ecc. Può essere vero, ma dovremmo ricordarci che un vuoto non rimane mai tale. Viene riempito e spesso con i peggiori ingredienti come le cronache di questi giorni insegnano.

CORRADO MELEGA

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