A proposito della risatina Merkel Sarkozy…

…ricevo e volentieri pubblico.

“Right or wrong, is my country”.
Frase di decoroso e rigoroso patriottismo, di autore americano, che circola in questi giorni di umiliazione italica.
Dobbiamo indignarci per la risatina di Merkel e Sarkozy?
O ridacchiare anche noi?
Dobbiamo avere un giusto filo di patriottismo, e quindi deprecare chi ci caccia in situazioni insostenibili, o dobbiamo essere patrioti a tutto tondo, e indignarci contro chi ride di noi, perché giusto o sbagliato, è il nostro paese?
 
La frase non mi è mai piaciuta perché chi la usa tende al tribalismo, e a una qualche forma di belligeranza, e non a ricercare principi universali che per definizione non hanno paesi e frontiere.
Il giusto o sbagliato a ogni costo può solo essere applicato a una squadra di calcio, gioco che per Desmond Morris era una guerra codificata, non ad altro.
 
E i grandi traditori della storia, quelli che hanno mollato tutto per andare dall’altra parte, hanno un fascino e un rigore assoluti. Il mio preferito è un tedesco degli anni terribili del nazismo, Willy Brandt.
Tanti cosiddetti buoni tedeschi combatterono per Hitler anche se sapevano che era assolutamente sbagliato, invocando proprio quel principio patriottico, e alcuni di loro si ridestarono solo troppo tardi e inutilmente, con l’attentato del 20 luglio 1944.
 
Ma Willy Brandt, giovane socialista, fuggì in Norvegia nel 1934, divenne cittadino norvegese arruolandosi nell’esercito e dopo l’invasione del suo nuovo paese fuggì in Svezia. Venne addirittura arrestato dai tedeschi che non sapevano con chi avevano a che fare e lo lasciarono andare. Tornato in Germania, divenne cancelliere nel 1969, lanciò la Ostpolitik, trattando anche con la Germania orientale.
 
Ma soprattutto compì un gesto incredibile, che ancora oggi suscita ammirazione: nel gelido dicembre del 1970, in visita ufficiale a Varsavia, si inginocchiò di fronte al monumento ai martiri del Ghetto. Solo un tedesco traditore, che aveva lasciato il suo paese prima che divenisse un covo di assassini, poteva essere credibile in una Polonia che odiava i tedeschi quasi più dei russi.
 
Ovviamente, metà dei tedeschi disapprovò il suo gesto, e semmai va notato che l’altra metà approvò o si dichiarò poco interessata. Brandt, tornato in patria, dovette affrontare una mozione di sfiducia che superò per un pelo. E’ pur vero che vinse le elezioni successive, e bene, perché la Ostpolitik incontrava il favore dell’opinione pubblica, ma quel gesto fu per tutti uno shock. L’anno dopo gli diedero il premio Nobel per la pace, e non ci furono discussioni.
 
Oggi, vicino a quel monumento, ce n’è un altro, più piccolo. Un muro di mattoni rossi, come quello che circondava il ghetto, e un bassorilievo in metallo grigio di un uomo in ginocchio, con una semplice scritta: Willy Brandt 7 dicembre 1970.
 
 

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