Unesco e Palestina: la cultura un passo avanti alla politica

L’Unesco aveva fino a ieri 194 stati membri, uno in più dell’ONU (Isole Cook) e anche 8 stati associati, tutti isolotti o arcipelaghi salvo Macao, attaccata alla Cina.
 
Ora ha ammesso il 195° stato membro, che stato non è,  e lo ha fatto secondo la procedura prevista per questi casi: domanda del candidato sottoposta a raccomandazione dell’Esecutivo dell’Unesco, composto da ben 58 membri. Poi voto in Assemblea Generale Unesco a Parigi,  per ottenere una maggioranza di 2/3 dei presenti e votanti.
 
I palestinesi avevano deciso di provare a chiedere l’ammissione come stato membro all’Unesco indipendentemente dalla parallela procedura di ammissione all’ONU  come stato vero o almeno come stato osservatore. Nel primo caso occorre il consenso del Consiglio di Sicurezza mentre nel secondo  basta la maggioranza dell’Assemblea Generale di New York. Ora sono incagliati in Consiglio, con tempi lunghi e veto americano certo, ma subito dopo proveranno in Assemblea.
 
Il voto Unesco ha visto 107 a favore, 14 contro, e 52 astenuti, che peraltro non rientrano nel calcolo dei 2/3 necessari. Non è disponibile al momento una lista precisa della distribuzione dei voti, soprattutto del pattuglione degli astenuti, di cui si sa fanno parte Italia, Gran Bretagna,  Polonia, Portogallo, Svizzera, e anche Giappone, Corea del Sud, Ucraina.
 
A favore hanno votato, oltre ovviamente al blocco dei paesi arabi, islamici o amici, paesi come la Russia, la Cina, l’India, il Brasile (l’intero Bric, insomma) ma anche Francia, Spagna, Belgio, Austria, ovvero un bel pezzo di Europa.
 
Contro, gli Stati Uniti e Israele, più alcuni paesi amici come Germania, Canada, Olanda.
 
Quello dell’Unesco è stato un voto di sfida, per via di lunghi precedenti.
E’ il braccio culturale dell’ONU, e tutta la questione israelo-palestinese, dalla storia all’archeologia, è materia di continuo contendere. Nel 1975 l’Unesco espulse Israele, per alcuni anni, a causa degli scavi nell’area della spianata delle Moschee – o del Tempio, per gli israeliani. Le pressioni finanziarie applicate dagli americani, tra i più forti contribuenti, portarono in seguito alla revisione dell’espulsione. In verità poi, per 16 anni, gli Stati Uniti boicottarono l’Unesco, per decisione di Reagan nel 1984 rientrata solo dopo il settembre del 2001, sotto Bush.
 
Votare per la Palestina ora significa vedere tagliati i fondi americani, circa un quarto, anche se non sempre i pagamenti arrivano puntuali, e quindi mettere in serio pericolo le attività.
 
Inoltre, non è finita qui, questa è la votazione di una candidatura, poiché la Palestina diventerà stato membro a pieno titolo solo dopo aver firmato e ratificato lo statuto dell’Unesco.
La firma sarà atto semplice, da parte del governo di Salam Fayyad, ma la ratifica dovrebbe essere un atto dell’Assemblea Legislativa dell’Autorità Palestinese che non ha mai davvero funzionato.
 
Sia perché impossibilitata a riunirsi, divisa com’è tra Gaza e Ramallah, sia perché non piccola parte degli eletti era o è in galere israeliane (in un certo momento, addirittura un terzo) sia perché, ammettiamolo, il parlamentino palestinese è leggermente scaduto. Da più di un anno ormai e nessuno ha fretta a fare elezioni molto molto incerte, sul piano procedurale come sui possibili esiti. Speriamo quindi che Fayyad tiri fuori una procedura di ratifica che funzioni.
 
Comunque, a Parigi,  si sono fatte le prove generali di quanto potrà accadere a New York. Infatti, negli scorsi giorni, sia il Quartetto (USA, Russia, EU, ONU) sia gli europei, hanno esercitato grandi pressioni sui palestinesi, per indurli a ritirare la candidatura Unesco. Il Quartetto parlava del pericolo che gli americani tagliassero i fondi, gli europei invece, un po’ in ordine sparso ma con una certa decisione, cercavano di evitare la propria spaccatura chiedendo con forza ai palestinesi un passo indietro e  promettendo fondi a vario titolo.
 
L’aspetto paradossale è che tutti quanti non si aspettavano che i palestinesi facessero domanda a Parigi, e dopo aver presentato la candidatura a New York.
Ma c’è una ragione di calendario: l’Assemblea dell’Unesco si riunisce solo ogni due anni ed evidentemente Abu Mazen e i suoi hanno deciso che, comunque andasse a New York, bisognava giocare anche sul tavolo di Parigi, sia per non perdere l’occasione sia per influenzare l’altra partita.
 
Perché non c’è dubbio che, quando si arriverà come assai probabile all’Assemblea ONU, il voto dell’Unesco sarà sovrapponibile, nei nomi degli stati che saranno favorevoli, contrari e soprattutto astenuti.
Questa è una prova generale, e la reazione americana è debole: Hillary Clinton ha definito la candidatura palestinese all’Unesco inspiegabile, il che ci sembra peccare di ingenuità.
 
L’Unesco è inoltre molto importante perché attribuisce status di World Heritage a luoghi di particolare rilievo storico e culturale. Israele ha 6 voci sulla lista, i palestinesi cercheranno di avere i loro siti più importanti riconosciuti e protetti, basti pensare a Gerico, Bethlehem, etc.
 
Israele ha reagito assai male, il rappresentante di Israele all’Unesco ha parlato di tragedia.
In attesa di una posizione ufficiale del governo, le durissime parole del ministro degli Esteri Lieberman, sia pure in una sede propria come una riunione del suo partito, Ysrael Beiteinu, e poco prima delle notizie da Parigi, suscitano grande preoccupazione.
Non solo ha parlato di rovesciare il regime di Hamas a Gaza (e come?) ma di tagliare ogni rapporto con l’Autorità Palestinese di Abu Mazen. Lieberman esprime spesso posizioni di per sé critiche della politica di Netanyahu, e certamente si prepara da destra a una campagna elettorale che alcuni ritengono prossima,  prima della naturale scadenza del 2013. Ma per inseguirlo su questo sentiero,  Netanyahu si irrigidirà parecchio.
 
E sicuramente, quando il governo Netanyahu si riunirà per parlarne, due cose bruceranno: la sconfitta americana e le divisioni europee, preludio di quanto accadrà all’ONU, ma soprattutto la risata che ha accompagnato a Parigi il voto del delegato di Israele.
Israele farà di tutto perché non ridano anche a New York e gli americani, in campagna elettorale, saranno trascinati in un gioco a più tavoli forse più grande di loro.
 
MARIA GRAZIA ENARDU

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