Perchè Bini Smaghi deve restare dov’è

La confessione è prova principe della colpevolezza. Ieri sera, a Porta a Porta, Berlusconi l’ha fornita spontaneamente.
Ha confessato di aver preso accordi con il presidente francese Nicolas Sarkozy per far dimettere Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea.
Il patto stipulato è illegale e fa strame dell’articolo 108 del Trattato che istituisce la Comunità Europea, il quale vieta ai banchieri centrali di «accettare istruzioni» dai governi, e a questi «di cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della Bce». Nel patto criminale, le dimissioni di Bini Smaghi sarebbero l’altra utilità indebitamente promessa da B. in cambio dell’appoggio francese alla nomina di Mario Draghi alla presidenza della Bce.
Questa mattina Sarkò ha fornito la controprova: «Mi ero impegnato a sostenere la candidatura di Draghi in cambio di impegni precisi… è sempre meglio rispettare gli impegni». Poco fa B. ha rinnovato le intimidazioni: «Credo che nessuno possa opporsi contro il volere del proprio Paese in questo modo».
Invece sì, se è un banchiere centrale, che deve obbedire alla legge e non al premier dello Stato che gli ha rilasciato il passaporto. Dura lex sed lex europaea.
Conclusione: Primo, non basta dire che Bini Smaghi può rimanere alla Bce: Bini Smaghi ha l’obbligo di rimanere. Secondo, occorre procedere senza indugio contro Berlusconi e Sarkozy davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea tramite il cosiddetto “ricorso per  inadempimento”.
Piccolo problemino: il ricorso può essere presentato a da uno stato membro o dalla Commissione europea.
Domanda 1: Ci sarà qualcuno che abbia il coraggio di cercare un giudice a Lussemburgo?
Domanda 2: Non vi piacciono le conclusioni? Allora cambiate i Trattati e lo statuto della Bce.

Linkiesta.it

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3 Commenti a Perchè Bini Smaghi deve restare dov’è

  1. michele 27 Ottobre 2011 at 20:44 #

    Con questo tipo di approccio, chiamiamolo giuridico-istituzionale, la tesi è ineccepibile.
    Lo è però decisamente meno, se si adottano altri approcci non meno plausibili, agevoli da suggerire.
    Per brevità, e per evitare il rischio (Dio ne scampi!) di passare per nemico del povero Bini Smaghi, e magari amico o estimatore di Sarkozy, o persino di B., provo a proporne solo uno, di tipo appunto diverso, diciamo etico-professionale, e quindi squisitamente personale.
    Accettare da un’Autorità con potere di nomina (escluse quindi ovviamente le investiture elettive) una carica che implica assunzione di responsabilità rilevanti nei confronti di una comunità quale che sia, a livello di un modesto Comune, di una Regione, di un Governo nazionale o, come nel nostro caso, nell’ambito di un Organismo sovranazionale, implica ovviamente accettarne, insieme con le prerogative, tutti i vincoli e tutte le implicazioni. E il primo vincolo è di certo quello di operare al meglio e con la massima efficacia, nello svolgimento dell’incarico ricevuto.
    Ciò richiede, oltre al massimo impegno personale, anche la massima cura delle condizioni di buon funzionamento e di armonia del contesto nel quale tale impegno si inquadra. E tale dovere è tanto più importante se il contesto è di tipo collegiale o comprende importanti fasi di collegialità. <Non credo occorra spiegare perché.
    Né occorre sprecare parole per raccordare questa breve e alquanto ovvia considerazione al caso che qui interessa.
    Parlaimo infatti del Board di un'istituzione di importanza centrale negli equilibri finanziari ed economici dell'Europa e del mondo (persino il nostro deprimente personale politico sembra rendersene finalmente conto anche nei suoi comparti più ottusi, in virtù della severità e difficoltà della crisi).
    Come si può accettare allora che uno dei suoi membri, pur di restare in carica, protetto – appunto – da argomenti giuridico-istituzionali (ma il parere degli uffici giuridici dell'UE, reso noto nei giorni dell'indecente sarabanda intorno alla Banca d'Italia, sconfinava non poco, per amor di tesi e oltre tutto senza averne la necessità, in questioni di merito, come tali inaccettabili e irrilevanti), non si curi delle del tutto ovvie difficoltà di funzionamento cui la difesa del proprio posto esporrà il Board cui appartiene? E ce ne sarebbero a iosa, dall'intollerabile squilibrio nella composizione, all'imbarazzo del connazionale che lo presiede, dall'ostilità (non certo passiva) del Paese che se ne sente ingiustamente escluso, al giudizio che i suoi pari si formeranno di lui, tanto peggiore quanto più si sentiranno costretti a difenderlo per non danneggiare l'indipendenza che è il valore fondante della BCE?
    Siamo proprio sicuri che sarebbe questo il modo di ottemperare all'impegno assunto di contribuire al meglio al felice funzionamento della Banca?
    Io non lo sono. E credo che per molti – s'intende, nel migliore dei mondi possibili, che è sempre più un'astrazione assoluta – accettare consapevolmente di far parte di un qualsiasi Organismo collegiale di elevato livello, implichi di per sé la disponibilità a lasciarla senza esitazioni, scuse, e soprattutto senza pretendere contropartite, al solo profilarsi della possibilità, anche minima, e persino del semplice sospetto, che la sua permanenza in carica possa compromettere anche in minima parte il buon funzionamento dell'Organismo che anche a lui è fiduciariamente affidato.
    E poi, mi chiedo, davvero tutto questo non incide sulla sacrosanta indipendenza della BCE? Siamo davvero certi che certe sottigliezze giuridiche, tra l'altro anche troppo facili, invocate a sostegno di una soluzione opposta, rispondano davvero all'interesse generale di mantenere integra quella caratteristica?

  2. Fabio P. 28 Ottobre 2011 at 07:49 #

    Una cosa è certa chiedere le dimissioni di un persona in TV non avendo il potere reale di licenziarla è come dirgli sei hai un briciolo di onore resta lì.

  3. flavio gori 28 Ottobre 2011 at 12:28 #

    ho la sensazione che berlusconi ne abbia parlato prima con sarkozy che con bini smaghi.
    forse se ne avesse parlato prima con l’interessato avrebbe evitato alcune incomprensioni, diciamo così.

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