Chi paga? Intanto la mia libertà

Per i danni delle violenze di sabato paghiamo tutti.
A molti livelli. Anche impensabili e minimi.
Faccio un esempio.
Roma in questo periodo è una città che richiede un abbigliamento a cipolla.
Coperti la mattina, perché l’aria ė diventata frizzante (c’è ancora l’ora legale).
Alleggeriti verso mezzogiorno quando l’aria si fa molto più calda.
Oppure passeggiando, tirarsi su il bavero se passi per via della Vite dal lato all’ombra, o slacciarsi la giacca se passi dal lato soleggiato.
Poi c’è un luogo di Roma che adoro: piazza Montecitorio. Liberata dalle auto di quando fu un insopportabile parcheggio, e delle ciotolone di cotto con le rose, insopportabile cafonata risalente alla presidenza Pivetti, la piazza ė superba.
Amo lasciar scorrere lo sguardo su per il dosso che conduce all’ingresso della Camera, per poi lasciarlo scivolare verso la galleria Alberto Sordi. O, se siete dall’altra parte, verso il palazzo che una volta ospitava il cinema Capranichetta (oggi scomparso).
La piazza è bellissima soprattutto la mattina alle 8, in quella stagione che comincia appena entra in vigore l’ora legale. Il sole basso allunga le ombre, anche quella dell’obelisco. Non c’è nessuno in giro. E la curva a saliscendi della piazza deforma creativamente tutte le prospettive.
Adoro piazza Montecitorio. Domenica mattina mi ci sono trovato a passare.
Risalivo dal lato del caffè Giolitti diretto a largo Chigi. Dei due lati della piazza il destro era all’ombra.
Il sinistro al sole.
Volevo passare al sole.
Non tanto per non tirarmi su il bavero della giacca.
Ma per rasentare la facciata e fermarmi sotto le quattro finestre del primo piano con cui comincia il palazzo, e le altre quattro con cui finisce verso il vicolo che separa la Camera da palazzo Chigi.
Lì mi fermo sempre. A rimirare uno di quei capolavori piccolissimi, nascosti, di cui è piena Roma al di la del Colosseo, San Pietro o Castel Sant’Angelo.
La storia del palazzo inizia nella prima metà del Seicento quando Innocenzo X commissionò a Gian Lorenzo Bernini di realizzare una residenza per la famiglia Ludovisi.

Non so se l’idea fu del Bernini o di un suo oscuro, umile o creativo scalpellino. Ma i davanzali di queste otto finestre appartengono al non finito.
Cioè mentre tutte le altre sono cornici di pietra lineari e squadrate, questi simulano una cascata grezza di roccia. Qua e là da sotto un davanzale spunta una fronda, da un altro un fiore, da un altro ancora una lucertola…
Una sorta di miracolo, davanti al quale porto sempre bambini, amici italiani o stranieri.
Non foss’altro per far loro capire che è bene tenere occhi accuratamente aperti per scrutare le segrete bellezze di questa città.
Una volta lo feci anche con un paio di agenti che, ignari, erano in servizio ‘a guardia del bidone’ direbbe oggi la maggioranza.
Come amo far capire perché la vicina piazza sant’Ignazio i romani la chiamano “piazza dei burò”.
O perché dobbiamo agli arabi la meraviglia della galleria Spada nell’omonimo palazzo (del Borromini) che ospita la sede del Consiglio di Stato.

Ebbene, domenica mattina sono stato privato di questo sottile piacere. Davanti alla camera c’è a semicerchio una fila di cassette in cotto, senza fiori ma con sempreverdi. Normalmente si passa nei varchi tra un vaso e l’altro, si saluta qualche onorevole (magari lo si insulta di questi tempi), comunque si ammirano da vicino le bellezze architettoniche.
Domenica no. Due agenti mi hanno detto che non si poteva passare. La piazza, deserta, era sbarrata. Anche ai passanti.
Ero con mia moglie. Le ho ricordato che era la seconda volta che mi capitava nella vita e nella mia città.
Otto anni fa circa, volevo passare spingendo a mano la mia bicicletta.
Mi fu impedito.

Occorreva evitare che si avvicinasse la ‘palazzo’ del potere per eccellenza magari qualcuno che volesse protestare.

Anche all’epoca fu perché c’era in giro una protesta contro il governo di centrodestra.
Contro Berlusconi.

Quando si impedisce la libertà di passeggio ai passanti, mi sembra si sia raggiunto il minimo di democrazia.

GIANCARLO SANTALMASSI

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