La Rai: di tutto? Nooooo: di più!

“Ho letto l’editoriale di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera di oggi, dal titolo ‘Rai, la privatizzazione che non vuole nessuno e l’ho trovato assai convincente. Lei, che e’ stato tanti anni alla Rai, che ne pensa? Carla”.
Convincente si’, ma prigioniero di uno schema. Quello di limitarsi a elencare i vantaggi che ne deriverebbero: più concorrenza, più pluralismo, chi vota a sinistra non sarebbe più costretto a finanziare col canone il TG1 attuale, e viceversa per chi vota a destra per il TG3. E mettiamoci pure i denari che ne deriverebbero alle esangui casse dello stato. Ma e’ un ragionamento applicabile a tutte le aziende pubbliche nel caso di loro privatizzazione. E dunque non tiene conto della caratteristica principale della Rai: dire Rai pubblica, vuol dire una sola cosa: Rai partitica: tutt’altra cosa rispetto a una Rai al servizio del pubblico, della collettività’. Il fatto e’ che per capire la logica della Rai, occorre dare una risposta corretta ad una domanda apparentemente semplice. ‘Qual’e’ il prodotto che una azienda come la Rai deve immettere sul mercato?’. Solo apparentemente la risposta sarebbe semplice. Come rispondere a chi ci chiede ‘che prodotto deve fare la Fiat?’: piacciano o non piacciano, automobili! ‘Che prodotto deve fare la Bormioli?’: piacciano o non piacciano, stoviglie in vetro. ‘Che prodotto deve fare Missoni?’: piacciano o non piacciano, filati e tessuti. Naturale, per la Rai, sarebbe dire ‘informazione, intrattenimento e cultura’. E invece no. Per la sua storia, per come e’ nata e si e’ sviluppata, il prodotto che deve sfornare la Rai e’ uno solo: la tranquillità dell’editore, che sono i partiti. Vede, storicamente a un certo punto si penso’ che le regole europee costringessero l’Italia a dimagrire assai il canone, visto come elemento di finanziamento pubblico che alterava il principio della libera concorrenza. Ma così non avrebbe mai potuto essere. Semplicemente perché negli anni, il canone dato alla Rai si e’ inteso come parte integrante del finanziamento pubblico ai partiti. Faccio questo esempio traendolo dai miei ricordi degli anni ’60. Un giorno capitai in Emilia per una inchiesta sulle truffe al blu di metile (si distruggevano così interi carichi di mele deliziose in sovrapproduzione. Ma sui camion, sotto il primo strato di mele si stendeva un telone, e una volta buttato quello strato perché irrimediabilmente tinto di blu, tutto il resto veniva reimmesso sul mercato: l’Italia s’è fatta anche così, sia ben chiaro). Giravo le campagne a bordo di quei pulmini celeste e argento con su scritto Rai-Radiotelevisione Italiana. Capitai un giorno in un paese di media grandezza, dove piccole industrie molto avanzate convivevano anche nel paesaggio con una agricoltura fortemente industrializzata. Mi avvicino’ un piccolo imprenditore che mi chiese: ‘Senta, dalla mia fabbrica esce une prodotto assolutamente innovativo, che potrebbe cambiare la mia vita se fosse conosciuto. Come faccio a essere presente in ‘Carosello’?’. Risposi che era semplice, bastava recarsi alla Sipra (la concessionaria della pubblicità per la Rai) e firmare un contratto. ‘Lei la fa troppo facile’ fu la risposta. ‘Ci sono andato, ho concordato un trimestre di spot. Mi hanno chiesto (se non ricordo male) 60 milioni. Ma il totale che dovevo pagare era di 100. Vede, io 60 ce li ho, 100 no. E così ho dovuto rinunciare.’ ‘Ma ha chiesto perché ne volevano altri 40?’, incalzai. ‘Certo. Mi risposero che gli altri li dovevano a Rinascita, l’Avanti, l’Umanità, la Voce Repubblicana….’. Per i più giovani dirò che si trattava di una rivista politico-culturale del Pci, e dei giornali del partito socialista, socialdemocratico, repubblicano….. E’ chiaro che la Rai e’ pagata da tutti e così i partiti risparmiano. Oggi addirittura possono farne a meno di quei costosissimi organi di informazione, tanto appunto c’e’ la Rai. Inoltre solo così si chiariscono cose altrimenti incomprensibili, come la permanenza di dirigenti che non hanno nulla a che fare con i buoni programmi o con la cultura televisiva: restano perché ce li hanno messi i partiti, e cambiarli vorrebbe dire come aprire una crisi di governo (già successo: quando passo’ la legge Mammi’ che legittimo’ la Fininvest, fulmineamente si dimisero in blocco 5 ministri della sinistra DC, che altrettanto fulmineamente furono sostituiti senza passare per una crisi di governo)!
Questo mi consente di aggiungere un altro corollario, a proposito della odierna situazione politica. Pensate a quante praterie questo sistema ha spalancato al fenomeno Berlusconi. Quando dice ‘….ho creato centinaia di aziende, migliaia di posti di lavoro con la mia TV….’
non dice panzane. Cosa sarebbe stato Rovagnati, senza i programmi di Mike? Si capisce anche perché dentro Carosello, le aziende che vi facevano pubblicità fossero sempre le stesse, con un turn-over lentissimo.
E’ un po’ più chiaro perché nessuno vuole privatizzare la Rai? Persino il segretario dei DS D’Alema venne tritato dal suo partito quando nel 1998 si permise di voler davvero la privatizzazione dell’azienda Rai!

2 Commenti a La Rai: di tutto? Nooooo: di più!

  1. Francesco Saverio 31 Gennaio 2011 at 11:37 #

    Nonostante tutto la preferisco pubblica. Il privato abbiamo avuto modo di conoscerlo.

  2. Michele Reccanello 31 Gennaio 2011 at 11:58 #

    Due possibilità:
    1 privatizzare la RAI levandoci così la rogna di essere obbligati a pagare il canone per un servizio che serve solo ai partiti e non ai cittadini.
    2 lasciare la RAI pubblica ma con regole nuove che mettano i partiti fuori dalla porta, con riduzione degli spazi pubblicitari visto e considerato che si paga il canone – insopportabile vedere le trasmissioni continuamente interrotte – e per dare un taglio al nepotismo.

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