Prego leggere come siamo finiti allegramente nel burrone, e non sull’orlo del medesimo – di Giancarlo Santalmassi

Straordinaria intervista a uno che evidentemente se ne intende.

Domanda. Vitiello, lei si definisce scherzosamente «weimariano». Che cosa vede, nella realtà politica attuale, che ci richiama quella stagione? Che ci azzecca, insomma, con l’Italia di oggi?

Risposta. Weimar è solo un simbolo, il simbolo della morte delle democrazie parlamentari, per omicidio, suicidio o più spesso per una combinazione dei due.

D. Facciamo qualche esempio, sull’oggi, allora.

R. Oggi Weimar è il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, che, mentre l’aula discute il Rosatellum, incita la folla a «circondare il senato» senza che nessuno lo richiami alla decenza istituzionale. Sono i giornali che parlano con toni compassati di cose lampantemente abominevoli, come un’azienda-partito che controlla i voti degli iscritti e cede i loro dati ad altre aziende, che impone multe anticostituzionali ai parlamentari e chiede loro di pagare una «decima» a un privato.

D. Vada avanti.

R. Weimar è il Corriere della Sera, il grande quotidiano della borghesia, che gioca col fuoco del movimento più pericoloso della storia repubblicana. Sono i talk-show proni ai capricci di un ex concorrente del Grande Fratello, che pone ai giornalisti condizioni umilianti. D. Immagino che si riferisca al portavoce, Rocco Casalino, ma procediamo

R. Weimar è una sinistra che si divide in centouno gruppuscoli o si dedica a vendette puerili per dare il colpo di grazia a un leader che è da un anno un pugile groggy.

D. Matteo Renzi, certo. Ma la destra?

R. Weimar è anche una destra geneticamente modificata che pencola tra il bullismo di Matteo Salvini e il teatro surrealista di Sivio Berlusconi. Ed è soprattutto la spaventosa inflazione.

D. Be’ quella no, mi scusi, è inchiodata.

R. Non l’inflazione monetaria, Pistelli, quella per cui con una carriola di marchi compravi un chilo di pane, ma l’inflazione linguistica: l’iperbolico delirio del discorso pubblico, dove tutti sembrano sottintendere che le parole valgono meno di zero. Sonnambulismo, assuefazione, capitolazione dei ceti dirigenti: questa è Weimar. Ho fondato, sul Foglio, l’Ordine dei Padri weimariani, monaci millenaristi che pregano per scongiurare l’apocalisse della Repubblica.

D. È una goliardata…

R. Certo, ma è anche un invito a non cadere nella trappola del wishful thinking, la pigra illusione che le istituzioni democratiche siano incrollabili. Viviamo tempi tremendi, ma li viviamo da ubriachi.

D. Come siamo arrivati a questo punto?

R. È stata una lenta agonia, segnata da alcune tappe decisive. La più recente è il No al referendum costituzionale, e il poderoso rinculo seguito al fallimento dell’ultimo tentativo di rilegittimare la politica. Ma, a rigore, le radici della nostra Weimar (accuratamente sepolte) affondano nel 1993, quando il parlamento non volle trovare una soluzione politica a Mani pulite e siglò la resa senza condizioni abolendo l’immunità.

D. Che cosa è successo da allora?

R. Da allora la Repubblica ha cambiato forma, l’assetto dei poteri si è squilibrato in modo permanente, ed è partito il quotidiano assalto mediatico-giudiziario alle istituzioni, uno squadrismo a bassa intensità che non ha bisogno di manganelli e neppure più di monetine. Non è archeologia.

D. Qualcuno potrebbe pensarlo, infatti.

R. No, finché non scioglieremo quel nodo e non ripristineremo alcuni argini istituzionali (l’immunità, ma anche una seria riforma della magistratura), avremo una politica perennemente azzoppata, incapace di risollevarsi. Senza quella cornice, non si capisce nulla di quanto accade oggi. È Mani pulite il prologo dell’invasione dei grillini, la nostra piaga d’Egitto.

D. La sua critica al M5s è serrata e ironica, ma anche implacabile. Cosa c’è da temere di questo movimento?

R. Il M5S è il parto mostruoso di questa lunga gestazione, il figlio dell’incesto tra i due «opposti populismi» degli anni Novanta. Per un verso, in triangolazione con le avanguardie togate e i loro giornalisti embedded, il M5S prosegue l’opera di demolizione di ciò che resta della dignità delle istituzioni, anche se non si capisce più, in questa tresca inquisitoria, chi sia il braccio secolare di chi.

D. Per altro verso?

R. Per l’altro verso il M5S è una gigantografia del peggio del berlusconismo: il partito-azienda, i candidati scelti con i criteri di un casting televisivo, il ricorso sistematico alla menzogna, il registro comico usato per mantenersi in una perenne irresponsabilità, l’inquinamento doloso del dibattito pubblico. Diceva Marco Pannella che il ceto politico italiano si divide tra i buoni a nulla e i capaci di tutto; ecco, con i grillini è nata una specie ibrida: i buoni a nulla capaci di tutto. Ce n’erano molti anche a Weimar.

D. A proposito di M5s, ha fatto molto discutere quest’ultimo statuto della nuova associazione, che spunta dal nulla, con tanto di Capo politico. Lei ha condiviso sui social l’analisi acuta che ne ha fatto Marco Taradash. Che cosa si può aggiungere?

R. Lo Statuto di Casaleggio junior. È l’ultimo lascito della mentalità totalitaria di Casaleggio senior, uno strano discendente, cresciuto nel sottobosco del terziario, di quell’intelligencija proletaroide emarginata e vogliosa di rivalsa che storicamente è all’origine delle dottrine più atroci.

D. Che cosa non le piaceva di Gianroberto Casaleggio?

R. Mi pareva un ideologo mediocrissimo, per quanto una claque comica e servile lo abbia celebrato a Ivrea come una specie di nuovo Olivetti, ma abile convertitore del peggio del Novecento dall’analogico al digitale. L’esperimento di «ingegneria sociale» di Casaleggio, dietro il gergo della rete e certe bizzarrie fantascientifiche, è una piccola rigatteria dei cimeli totalitari, con cascami di leninismo, di maoismo, di sansepolcrismo. Ma via via che il partito cresce, l’esperimento sfuggirà di mano agli apprendisti stregoni. E allora saranno guai seri.

D. Ossia?

R. Ci troveremo con un popolo, per lo più di giovanissimi, allevato quotidianamente all’intolleranza e al disprezzo della scienza, alla paranoia e allo squadrismo digitale. Stanno creando in laboratorio una specie di «veicolo» sciamanico, ma non è detto che saranno loro a cavalcarlo, nel momento decisivo. Potrebbero impossessarsene spiriti perfino più neri.

D. Un altro suo bersaglio polemico è la sinistra radicale. Perché? Finirà per favorire l’ascesa dei populisti?

R. Allude forse alla navicella da arrembaggio dei fuorusciti del Pd, la ciurma post-berlingueriana dei «compagni di scuola» che sogna di riprendersi il partito o almeno di mandarlo a picco insieme all’usurpatore?

D. Non avrei saputo dirlo così bene.

R. Di radicale costoro hanno solo l’incomprensione del momento storico. E sono un partito senza identità. Osservi le loro spaccature su un tema dirimente come l’alleanza con i grillini, che Laura Boldrini, saggiamente, esclude e che Stefano Fassina, scelleratamente, caldeggia, mentre Pietro Grasso prende tempo e Pier Luigi Bersani va in giro per i talk show a blaterare di una misteriosa mucca senza capire che è stato lui ad accompagnarla dal corridoio in salotto. Un partito senza identità che si è scelto un leader senza identità, perché di Grasso non si conoscono iniziative politiche memorabili.

D. Ma almeno Grasso ci ha messo la faccia. È peggio lui o i Massimo D’Alema che scelgono il basso profilo?

R. Grasso chiude la parabola degli «indipendenti di sinistra», da fiore all’occhiello del Pci a foglia di fico su D’Alema. Lo usano come sagoma di cartone per un’operazione di marketing elettorale. Una cosa giusta ha detto, in vita sua, Pier Camillo Davigo, riconosciamogliela.

D. E quale?

R. I magistrati non sanno fare politica. Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, Antonio Ingroia, Michele Emiliano, quanti altri esempi servono per capirlo?

D. Perché, secondo lei?

R. I magistrati rimangono sempre tali, con o senza toga: è una delle poche formazioni professionali, in Italia, che lascia un’impronta indelebile sulla mentalità e sul modo di affrontare i problemi. Ma lei si ricorda Ingroia candidato premier che proponeva il sequestro preventivo dei beni ai presunti evasori? Grasso non ne ha ancora sparate di così grosse, in compenso D’Alema chiede alla procura di Lecce di valutare il sequestro preventivo del cantiere per il gasdotto Tap. Ecco, così ho risposto anche al suo dilemma finale.

D. Questa politica, in ogni caso, dice quello che siamo. Non arriva dall’Iperuranio, ma dalla pancia del Paese.

R. Non mi piacciono le metafore anatomiche, la pancia e la testa, proviamo piuttosto con l’ottica: la società civile si riflette nel ceto politico (e viceversa), ma lo fa per mezzo dello specchio dei media. Che non è solo uno specchio deformante. È da molti, troppi anni uno specchio ustorio: si dedica con grande solerzia ad appiccare il fuoco.D.Un tempo ci si aspettava che a denunciare fossero gli intellettuali. Non le pare di assistere a una diserzione? Salvo gli estremisti, chi lavora col pensiero sta tre passi indietro. Fa eccezione, forse, lo psicoanalista Massimo Recalcati, che però, come lei scrisse in un pezzo al vetriolo, ama «menar Lacan per l’aia».

R.Recalcati trova spesso delle formule tortuose, piene di fantasmi paterni e castrazioni simboliche, per dire delle benintenzionate ovvietà, che poi sono le stesse di Francesco Piccolo…

D. Lo scrittore.

R. Sì e cioè che la sinistra deve uscire dall’ossessione della purezza ideologica, che deve accettare i compromessi e i piccoli passi del riformismo. Tutto molto giusto. Ma posso dire una cattiveria?

D. Siamo qui per questo.

R.Il fatto che Renzi abbia affidato a Recalcati la scuola di partito del Pd, per giunta intitolata a Pasolini, rivela, oltre alla grande confusione ideologica che regna sotto il cielo, i segni persistenti del peccato originale della Seconda Repubblica, la violenza fatta nel 1992 all’ecosistema politico con l’estirpazione della «malapianta» socialista. Perché una sinistra riformista e di governo, laica e garantista, esisteva già in Italia, e aveva i suoi saldi riferimenti intellettuali. Bastava mettersi umilmente alla loro scuola. Ma i postcomunisti, liberi infine dalla zavorra del berlinguerismo, hanno voluto far da soli senza sapere a che santi votarsi. Da qui il pantheon delle figurine veltroniane, e da qui il paradosso del Pd che chiede a uno psicanalista di spiegare Filippo Turati in «lacanese». Ma non era meglio Mondoperaio?

L’intervista a Guido Vitiello, classe 1980, napoletano «ma deportato a Roma dall’età di cinque anni»,  è di Goffredo Pistelli.

3 Commenti a Prego leggere come siamo finiti allegramente nel burrone, e non sull’orlo del medesimo – di Giancarlo Santalmassi

  1. Bull 18 gennaio 2018 at 08:37 #

    E’ una bellissima intervista, perchè da questa si evince il puro terrore che l’establishment ha dei numeri del 5 stelle, evidentemente le proiezioni li danno probabili vincitori delle elezioni. Sono estremamente soddisfatto.

  2. Antonio 18 gennaio 2018 at 10:36 #

    Tutto condivisibile a parte il discorso mani-pulite e nascita seconda repubblica. Un tassello che inficia la lettura del resto…

  3. Andrea Dolci 18 gennaio 2018 at 12:18 #

    Intervista interessante ma credo che nell’analisi manchi un soggetto ovvero le burocrazie. Uno degli effetti nefasti della distruzione della politica è stata la cessione del potere alla burocrazia, unico soggetto rimasto in grado di sapersi muovere nella giungla di leggi e regolamenti e perciò in grado di condizionare totalmente l’azione di qualsiasi amministratore sia direttamente scrivendo le norme che oramai sono diventate materia per iniziati e ostaggio di una magistratura amministrativa e costituzionale abile nel cavillare su avverbi e congiunzioni affinchè nulla cambi, sia utilizzando la spada di Damocle del reato di abuso d’ufficio.
    La Raggi si è accorta del pantano e reclama poteri eccezionali ma non oso immaginare cosa succederà quando Di Maio entrerà a Palazzo Chigi e scoprirà di essere nella stessa identica situazione. Spero solo che il forte apprezzamento che il M5S ha da sempre provato per il Chavismo e per Maduro non porti soluzioni di stampo venezuelano.

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