Anche Lucia Annunziata si e convinta: se la tv pubblica fosse ben fatta, che bisogno ci sarebbe di tre canali, uno per ogni macroarea politica? Ne basterebbe uno! – di Giancarlo Santalmassi

Intervista a il Fatto Quotidiano

“Non ho rancore né contro la mia azienda né contro Fabio Fazio e Bruno Vespa, però si è aperta una questione che coinvolge tutti. Io sono della vecchia scuola e – dice Lucia Annunziata – credo che i giornalisti parlino attraverso il prodotto. Stavolta, visto che di mezzo ci siamo tutti, credo che sia d’obbligo essere trasparenti e prendere una posizione pubblica. E la penso così: se la commissione parlamentare di Vigilanza autorizza la presenza in video, durante la par condicio, anche dei conduttori con contratti artistici (e non giornalistici) commette una violazione della legge che riserva ai giornalisti le trasmissioni elettorali e prende a sberle centinaia di giornalisti del servizio pubblico”.

Annunziata fa interviste di mestiere, lavora da vent’anni in Rai, direttore del Tg3, presidente di Viale Mazzini, conduttrice su Rai3 e adesso, dopo un lungo tempo di silenzio sui fatti del servizio pubblico, vuole alimentare il dibattito sulla campagna elettorale in televisione: “Oggi è importante illuminare una vicenda ignorata, che riguarda la mia azienda e la politica. Se la mia opinione non è gradita e mi chiedono di sgomberare, sono pronta ad assumermi le mie responsabilità”.

Oggi tocca ai partiti scegliere: Vespa e Fazio, dentro o fuori, giornalisti o artisti. O le due cose assieme.
Non vorrei essere nei panni dei commissari, sottoposti a un dilemma preciso: mandare in onda la coppia di Rai1 nel periodo di par condicio vuol dire violare quella legge che essi stessi, come parlamentari, hanno approvato.

Perché si è arrivati al dilemma, a una soluzione all’ultimo secondo?
Per colpa della politica, abituata a usare il servizio pubblico come uno strumento elettorale: una volta per desiderio populista – nel dire puniamo la casta o aboliamo fintamente il canone – e un’altra per sfruttarla a ridosso del voto. Come sempre accade e, l’ammetto, sempre è accaduto.

Il rapporto di sfruttamento si è evoluto o involuto?
Ha raggiunto il ridicolo con le contraddizioni proprio di questa legge. La politica ha ordinato all’azienda di portare gli stipendi sotto il tetto di 240.000 euro. Sacrosanto. Perché se fai il giornalista nel servizio pubblico – come un medico lavora in un ospedale statale e non in una clinica privata – lo fai per tanti motivi, ricevi tante soddisfazioni e devi – sottolineo devi – cedere qualcosa in cambio.

Pur con qualche mugugno, l’azienda ha eseguito in fretta.
Sì, tutti i giornalisti l’hanno fatto. Ricordo qui che Mario Orfeo si è ridotto lo stipendio fin da quando era direttore del Tg1, e penso sia oggi il direttore generale meno pagato della storia di Viale Mazzini. Io ho tagliato, rinunciato a quattro mensilità. Poi le cose si sono inceppate.

S’è trovato il cavillo: gli artisti possono ottenere delle deroghe.
E anche qui non contesto. I conduttori dei programmi di intrattenimento attirano la pubblicità, operano in un mercato commerciale e possono pure intervistare dei politici. Che male c’è? Abbiamo celebrato per anni David Letterman.

Vespa è saltato addosso al cavillo. Si è definito con estrema sicurezza un artista, smentendo quelli che lo reputano un giornalista.
Ciascuno è libero di sentirsi e di ambire a ciò che preferisce.

Ma poi s’avvicina il voto, la par condicio che scatta il 18 gennaio.
All’improvviso le leggi non valgono più e neanche le interpretazioni. Io ricordo che la par condicio è una norma, un sistema delicato che impone un rigore millimetrico all’azienda nel garantire pari accesso ai partiti e ai candidati. Tant’è che le trasmissioni sono ricondotte a una testata giornalistica, in quest’occasione al Tg1, perché di controllo giornalistico si tratta.

Allora gli “artisti” vanno esclusi.
Non è una polemica personale o individuale, è un discorso sulla legge dello Stato e la dignità di chi fa informazione in Rai. Mi sembra, invece, che il messaggio è che solo i giornalisti siano sostituibili.

Un gioco di ruolo.
Se al posto dei giornalisti, ci mettiamo due artisti – per paradosso – va allargata la platea. Non coinvolgere unicamente Fazio e Vespa. Chi fa le previsioni meteorologiche, per esempio, può commentare le partite della Nazionale e chi fa l’oroscopo può ospitare il premier Paolo Gentiloni alla vigilia del voto. Vi sembra normale? Non mi stupisco più: l’approfondimento informativo non è più centrale in questa televisione. E lo dimostra anche l’addio di Milena Gabanelli.

Il servizio pubblico ha ancora un senso?
Non più, mi spiace. La politica ha fallito. Non ha mai mollato la Rai, altro che passi indietro e giusta distanza. Ormai l’ha sfiancata. Altro esempio: Rai News ha una redazione e un direttore validissimi e sono in un cantuccio, ma dovrebbero diventare centrali. In azienda non hanno capito che c’è un mondo oltre i suoi canali.

Addio Viale Mazzini.
Io ho sempre difeso il servizio pubblico, ma a questo punto ho cambiato idea: salverei un canale e privatizzerei il resto.

 

Carlo Tecce

 

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