Ma davvero le fake news sono una caratteristica di questi anni? – di Stefano Balassone

I racconti fasulli sono sempre esistiti, al punto che tutta la cultura può esserne considerato un unico ammasso, dove – ma è il suo bello – teorie e visioni si avvicendano smentendosi a catena. E se questo vale per le scienze e le filosofie, ancor più si verifica con il sorgere dei mass media che fin dalle origini non si rivolgono affatto ai “tutti”, ma ai “loro” (lettori, spettatori, audience etc) cioè ai segmenti del corpo sociale che ne condividano a priori l’impostazione. In sostanza, le “fake news” sono state sempre il cibo per le varie “fake views”. Basti osservare come si guatano all’edicola due avventori che chiedano l’uno Il Foglio e l’altro La Verità di Belpietro; oppure, nel tempo andatissimo della Torino Fiat Nam, il reciproco disprezzo fra il compratore dell’’Unità” e quello de’ La Stampa (che il primo soprannominava La Bugiarda). In sostanza, da sempre i media fanno i soldi pubblicando verità di comodo. Per questo da sempre anchilosano l’opinione piuttosto che fluidificarla. Sempre meglio comunque dei media nord coreani.
Non diversa – trovare pubblico per fare soldi – è la logica dei siti web. In concreto le cose funzionano così: un individuo (persona o impresa) apre un conto con Google e mette a disposizione della medesima i siti a cui ha dato vita. Se sono siti specializzati in foto di gattini, ce ne saranno alcuni dediti ai siamesi e altri ai soriani in modo da farsi notare dai gattari appassionati dei primi o dei secondi e ottenere che entrambi adottino fra i cosiddetti “preferiti” il sito del loro gatto elettivo. Preferisci oggi, preferisci domani, quei siti attirano un certo numero di sguardi e Google ci piazza la pubblicità e incassa i relativi ricavi che periodicamente spartisce con il titolare dell’account.
E che deve fare il titolare dell’account se non ingegnarsi ad attirare sempre più sguardi, al fine di condividere con Google ricavi sempre crescenti? Ecco allora che si ricorre, ineluttabilmente, alla esagerazione fantastica, fino a mettere la notizia che in una lontana provincia della Thailandia (un tempo detta Siam) un gattino siamese sembrerebbe nato con tre teste. Garantito che se siete un gattaro filo siamese non tirate via, ma vi soffermate, e nel frattempo vi beccate la pubblicità di Google e rimpolpate il portafoglio del proprietario del sito.
La medesima logica che vale per i gatti si applica alla politica, e per questo, supponiamo, è stato scoperto, ma non ci voleva molto, che il titolare di uno stesso account Google, tiene in vita siti di gatti grillini e altri di gatti leghisti. LI apparecchia scodelline diverse, su una ci scrive “W M5S”, sull’altra “Noi con Salvini”, ma le frattaglie dell’indignazione, tanto gradite alle amate e proficue bestiole, sono, per la fortuna del faker, le medesime.
Ovviamente è assai interessante “sgamare” questi incroci. Si rafforzare così la solidarietà dei “tuoi”, anche se non sarà neppur scalfita la ostilità dei “loro”. E, in ogni caso, la cosa più stupida sarebbe quella – come a raccogliere liquidi in uno scolapasta – di voler regolare la materia per legge. Ma se mai accadesse, ci candidiamo a ricoprire un ruolo in una delle Commissioni che, come accade con la par condicio delle apparizioni in tv, se ne occuperà. L’attività sarebbe fake, ma lo stipendio no.

Left Wing

Un commento a Ma davvero le fake news sono una caratteristica di questi anni? – di Stefano Balassone

  1. Marco Romualdi 2 dicembre 2017 at 00:08 #

    Per quel che ne capisco io, analisi esaustiva per quanto attiene alla spinta economico finanziaria del propalatore di “bufale”, ma …
    Ma sottovaluta, meglio, soprassiede all’elemento moltiplicativo assolutamente ingovernabile del web, con impensabili effetti di creazione di consenso certamente sconosciuti all’epoca di

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