Il Sinai: un deserto sin troppo vivo – di Mariagrazia Enardu

La penisola del Sinai è, da millenni, luogo di migrazioni, invasioni, ponte tra Africa e Asia – l’homo sapiens è passato da lì. Un deserto di montagne e sassi, tuoni e rivelazioni. E di tribù. Il Sinai è sempre stato periferico rispetto agli imperi, nessuno si fermava a governare, bastava controllare le vie costiere. E’ l’altra sponda del canale di Suez o del Mar Rosso o degli stretti di Tiran, e pure pezzo di Mediterraneo, proprio di fronte ai giacimenti di gas da sfruttare. La parte interna, con paesaggi lunari, è un altro mondo. Dal 1948 a oggi ha visto 4 guerre tra Egitto e Israele, che lo ha controllato per anni. Ma le tribù sono sempre sullo sfondo. Vivono come possono, anche le capre stentano, e passa ogni contrabbando, pure di esseri umani. Conoscono ogni pietra e dopo l’attacco alla moschea del nord Sinai, oltre 300 morti tra bombe e spari, la domanda è: chi ha aiutato i terroristi? Da soli non potevano agire, non nel Sinai. Erano molti e bene armati, quindi avevano un sostegno. Ogni tribù fa per sé, alleanze, faide, tutto ha uno sfondo tribale.

Il Sinai dal 1979 è tornato egiziano, ed è pieno di stranieri cioè egiziani dell’altra parte, arrivati a lavorare soprattutto nel turismo sul Mar Rosso. Con risentimento delle tribù specie al nord, anche per la chiusura dei tunnel di Gaza, e li si è innestato l’Isis. O movimenti ancora più radicali della Fratellanza Mussulmana, essenzialmente urbana. Il regime egiziano ha sempre incarcerato, torturato, ucciso gli oppositori, farà lo stesso oggi e con maggiore furia, è già una guerra, ma la vera risposta sono le tribù. La moschea assalita era dei sufi, corrente dell’Islam disprezzata dai fondamentalisti, e di una tribù accusata di cooperare con le autorità. Il gen Al-Sisi manderà altre truppe, teme il contagio sull’altra sponda, un nuovo Afganistan. Riceve ben 1,3 mld di dollari all’anno in aiuti militari Usa, li usi meglio. Per addestrare, per adattare, perché la chiave è sempre quella, le tribù.

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