Gattopardi o pugnalatori? Che c’è dietro l’angolo dopo il voto siciliano? – di Giancarlo Santalmassi

Si discuterà a lungo delle elezioni siciliane. La prima domanda è vecchia quanto Tommasi di Lampedusa, Federico de Roberto o Leonardo Sciascia: è un cambiamento? Una riedizione del Gattopardo? Dei Viceré? Dei Pugnalatori?
Se si rileggesse la storia d’Italia alla luce delle elezioni siciliane ne troveremmo delle belle. Certo, l’influenza di greci, romani, arabi, normanni ha lasciato varie tracce, sottigliezze, tatticismi. Spiegare a uno straniero i misteri della politica italiana è già difficile. Ma spiegare loro per esempio il milazzismo siciliano sarebbe impossibile.
Sono passati 60 anni da quando Pci e Msi si allearono. Lo fecero votando un democristiano, Silvio Milazzo, ma ambiguamente contro la Dc dei fanfaniani, partito che Milazzo voleva ‘ripulire’. Le enciclopedie ricordano che il segretario regionale del PCI Emmanuele MACALUSO e il capogruppo del Movimento Sociale Dino Grammatico dichiararono che tutto questo avveniva “in nome dei superiori interessi dei siciliani”.
Oggi quel centro si è preso la sua rivincita. Resuscitato Berlusconi, il risultato è la netta sconfitta di Grillo e dei suoi (con la comica di Di Maio che dopo aver lanciato la sfida tv a Renzi scegliendo la sede rinuncia in fuga) e la fermata di Renzi e di un PD che pare condannato dall’ennesima scissione-divisione.
Eppure, la novità c’è ed è grande. Per la prima volta la Sicilia ha al governo un partito che all’assemblea regionale ha la maggioranza assoluta (sia pure di un voto). Questo vuol dire nessuna spartizione della torta che oltre tutto non c’è perché il debito siciliano è astronomico.

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