Dove vuole arrivare il principe saudita – di Maria Grazia Enardu

Per decenni l’Arabia Saudita è stato un paese quasi immobile, che manteneva la famelica e immensa famiglia dei Saud e i sudditi, tenuti buoni pagando quasi tutto. Sul trono, anziani re, tutti figli del fondatore Ibn Saud. Per mantenere gli equilibri con i religiosi interni, si esportava dovunque l’Islam più retrivo.
Poi 2 anni fa è arrivato in scena Mohammed bin Salman, figlio del re, assai giovane. Come Ministro della Guerra, ha semidistrutto lo Yemen, paese quasi sciita ma anarchico, non proprio obbediente a Teheran. Ha un progetto di sviluppo fantasmagorico, vuole vendere una quota dello scrigno dell’Aramco, ha bisogno di soldi, il deficit sale, il petrolio non abbastanza.
Le centinaia di arresti, principi e imprenditori, per supposta corruzione (che poi è la regola) e il sequestro dei loro conti correnti indica volontà di averla vinta su ogni possibile opposizione interna. Ma Mohammed bin Salman pensa davvero di poter imporre il suo controllo alla famiglia, al regno – sia pure assolutista? che alleati ha in casa? e i religiosi che dicono, visto che il principe parla di “ritorno” a Islam moderato e liberale, che onestamente non si è mai visto. Ma oltre alla rivalità con l’Iran, politica e non religiosa, che è conflitto armato in Siria e Yemen, ora il principe ha preso in ostaggio il primo ministro libanese, Hariri, che purtroppo per lui ha doppia cittadinanza, infatti è nato a Riyad. Hariri si è dimesso, ma a Riyad, non a Beirut. Mohammed vuole che il Libano chiuda in un angolo Hezbollah, cosa impossibile senza una nuova guerra civile. Ovvero Mohammed invece che consolidare rilancia, alla cieca. Il Libano è una polveriera che ha una sua stabilità interna: Hezbollah ha una quota di potere, se la vuole amministrare. Toglierglielo vuol dire distruggere il Libano. Mohammed non può certo farlo direttamente, ma o confida che il suo diktat sarà obbedito o che qualcuno interverrà in armi. Questo non può che essere Israele, grande nemico di Hezbollah ma anche memore dei 33 giorni della guerra del 2006, quando Hezbollah paralizzò il nord di Israele e l’economia. Oggi può colpire Tel Aviv e sud, le raffinerie e i depositi di gas. Non c’è Iron Dome che tenga. Tutti temono un nuovo conflitto, ma non lo vogliono subito.
Mohammed vuole averla vinta ma non si capisce come, è un bullo irresponsabile che ha accentrato tutto il potere. Lo può fermare solo la famiglia. Un re venne deposto nel 1964, un altro ucciso nel 1975. Trump e soprattutto il genero Kushner, in visita di recente, paiono incoraggiare Mohammed. L’unico adulto in scena è Macron: era nel Golfo e ha fatto una puntata non prevista a Riyad per parlare con Mohammed. La vecchia politica francese di tutela del Libano, dove ha fatto guai coloniali, oggi è quasi una garanzia. Mossa corroborata da Tillerson: gli USA non vogliono guerre per procura in Libano. Tillerson però conta poco, lo sanno tutti. Il problema è che non si capisce come Mohammed uscirà dal vicolo in cui si è cacciato, senza perdere la faccia, che è la cosa cui tiene di più.

 

 

Nessuno ha ancora commentato questo post.

Lascia un commento

I diritti d'autore appartengono alle rispettive firme. Santalmassiaschienadritta.it è uno spazio aperto a disposizione dei lettori.
La qualità del sito dipende anche dalla vostra collaborazione. Sappiate che inserendo dei commenti dovrete seguire le regole del sito e sarete gli unici responsabili di quel contenuto e delle sue sorti.