Amarcord – di Giancarlo Santalmassi

C’era una volta Ostia: oggi più Chicago che Miami

Ne ho ricordi straordinari. Mia madre mi portava nel tratto di spiaggia libera presso il Villaggio dei pescatori (qualche rete ‘a bilancia’ sull’omonimo canale) tra la Lega Navale e la Vecchia Pineta, lo stabilimento dove Mussolini si recava per fare mare mentre d’inverno andava al Terminillo. Era Castel Fusano. Ci si arrivava con l’autobus, dal capolinea della ferrovia roma Ostia che partiva dalla Piramide. Solo più tardi si sarebbe allungata verso Torvajanica, prima a Stella Polare e poi a Castel Fusano. Ne ho ricordi straordinari. Mia madre portava la ‘Sangemini’ l’acqua per i bambini, che per non berla calda di solleone interrava nella sabbia dove il mare va e viene, quindi era al fresco.
Ricordo un 14 luglio (sì, proprio l’anniversario della presa della Bastiglia che a 7 anni non sapevo ancora fosse la festa dei francesi) quando si sparse la voce (non c’erano ancora le radioline) che avevano sparato a Palmiro Togliatti. Facemmo in tempo a prendere l’ultimo autobus e l’ultimo treno per Roma prima dello sciopero generale che paralizzò il paese. Ricordo una interminabile camminata (mi fecero male le gambe) per attraversare tutta la città, dalla stazione della Piramide alle case popolari del Trionfale (dove abitavamo dopo che i bombardamenti avevano distrutto la nostra casa), il quartiere allora periferia pura, a ridosso di piazza San Pietro, ai piedi di Monte Mario.
L’anno dopo feci le vacanze scolastiche nel collegio dei Pallottini che avevano la chiesa di Ostia. E avevano una spiaggia a Ostia nord, dalla parte dell’idroscalo non ancora così degradato come quando Pelosi vi uccise Pier Paolo Pasolini decenni dopo.
I Pallottini avevano attrezzato la loro spiaggia con giochi e una incannucciata che faceva ombra su lunghe tavole e panche di legno dove avrebbero distribuito il pranzo.
All’epoca Ostia aveva un bellissimo lungomare (secondo me gareggiava con quello di Viareggio con due carreggiate separate da aiuole centrali tenute benissimo) con villette e palazzine con terrazze panoramiche che ne facevano una sorta di Miami romana. Anche perché dietro c’era la famosa pineta di Castel Fusano, autentico polmone di verde.
Il trenino Roma-Ostia era della Stefer (non ancora Atac che era solo urbana) ed era sempre molto affollato.
Il pontile che ornava Ostia (lá dove finiva la via del mare che Mussolini fece costruire proprio per raggiungere rapidamente la Vecchia Pineta) era distrutto dalle mareggiate. Le spiagge erano estese almeno 40-50 metri. E la Vecchia Pineta aveva conservato il lusso degno di un dittatore avendo cabine di sedici metri quadrati, (4×4) con doccia calda e fredda (avete presente il film di Franco Citti attore preferito proprio di Pasolini ‘Casotto’? Ecco, tutta un’altra storia…). Aveva anche il campo (sulla spiaggia) da pallavolo, con i romani alla ‘Leoni al sole’ che quando una schiacciata mandava la palla lontanissima gridavano ‘lascia vado io’ e non alzavano un piede anche perché a luglio e agosto la sabbia scottava assai.
Per intenderci: parlo di un epoca in cui nelle case non c’erano ancora frigoriferi (e dunque nemmeno elettrodomestici da buttare per strada) e nelle più agiate c’erano le ghiacciaie, per cui per le strade c’era ancora chi urlava di vendere ghiaccio, o vino col classico carretto dei Castelli romani. Cominciava a vedersi la pubblicità murale delle cucine all’americana con pensili e gas, mentre nelle abitazioni c’erano ancora le cucine a carbonella che chiedevano molta pazienza, carbone e pulizia della cenere (sotto rammento si potevano fare ottime patate con tutta la buccia).
Questa era Ostia. Poi piano piano l’abbandono.
E il degrado. Porto ad esempio piazza Augusto Imperatore. Ha dei portici meravigliosi intorno al mausoleo di Augusto (finalmente oggi in restauro) e all’Ara Pacis. Ma finché non ha aperto uno straordinario ristorante (straordinario perché ‘easy’ e non perché di lusso) erano rifugio di barboni e maleodoranti di urina. Propio come la vecchia galleria Colonna davanti a Palazzo Chigi.
Per dire che se c’è un interesse, un intervento pubblico o privato, il degrado non può avanzare perché trova la strada sbarrata.
Allora, per venire all’oggi, se devo indicare alcuni motivi per l’avanzata della mafia e del degrado nella Miami di Roma, ne indico due: il dilagare della prostituzione (spesso giudicata all’origine degli incendi dolosi della pineta, che tra l’altro confina con le tenuta quirinalizia di Castel Porziano, divisa dalla via Cristoforo Colombo costruita negli anni sessanta per alleggerire la ormai insufficiente via del Mare). E l’assolutamente inutilizzabile trenino Roma Ostia, diventato un rottame. Avarie, sporcizia, menefreghismo l’hanno ridotto così. E pensare che si era offerta la Ratp, la compagnia delle metropolitane parigine, di rilevarla facendone un gioiello, di pulizia efficienza e puntualità, col rinnovo della linea e dei treni. Ma il comune ha sempre rifiutato, sennò che figura avrebbe fatto se i cittadini avessero compreso che un pubblico servizio diverso può esistere?
Oggi il degrado è completo anche perché è completo il distacco. Comune autonomo, e commissariato da anni per mafia, come fosse un comune calabrese o campano.
E ci meravigliamo della violenza di un Roberto Spada?
Meglio stare attenti a Casa Pound e ai seggi per il ballottaggio tra centrodestra e M5S.

2 Commenti a Amarcord – di Giancarlo Santalmassi

  1. Pierpaolo 10 novembre 2017 at 22:09 #

    Molto bella la prima parte del racconto, grazie. Mi spiace non aver vissuto quella Roma.

  2. Andrea Dolci 13 novembre 2017 at 11:59 #

    Più che Chicago, a me sembra che il Messico sia un paragone più calzante.

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