TV: la fine del duopolio? Facile, volendo – di Stefano Balassone

Francesco Siliato, nella sua rubrica su Il Sole 24H di giovedì, puntualizza che metà dei costi dei programmi Rai sono coperti dal canone e non dalla pubblicità e che la star attira i ricavi pubblicitari nella stessa proporzione con cui una ciliegina contribuisce al valore della torta a cui sta in cima. Un doppio argomento immediatamente brandito dai mass media più importanti, a partire da Dagospia, per dare addosso a Fazio, la ciliegia, e Orfeo, il pasticcere, corifei del nesso fra compensi e pubblicità e omissivi sul ruolo svolto dal canone.
Il lato utile, anche se incidentale, di tanta polemica, infervorata dalla coincidenza con i ballottaggi, sta nel richiamare gli sguardi sul ruolo del canone come architrave del Duopolio. Infatti, per dirla col Sole 24h, la Rai destina metà del canone a compensare ricavi pubblicitari che le è vietato di acquisire. Ed è proprio su questa circostanza che si basa il Duopolio, perché grazie al canone sommato a quel che può di ricavi pubblicitari, la Rai ha i soldi per occupare oltre metà dell’audience generalista, e così comprime al massimo lo spazio alle nuove tv. Nel contempo, essendo contingentata nei ricavi pubblicitari, è giocoforza che lasci a Mediaset il pascolo esclusivo nel resto del sistema. Insomma, metà del canone è, nella sostanza, una sovvenzione percepita dalla Rai, ma a vantaggio del dirimpettaio cui l’azienda pubblica fa da guardaspalle.
Quest’astuto marchingegno è talmente stagionato da parere un dato di natura anche agli addetti ai lavori, compresi, chiedere per credere, i dirigenti e dipendenti dell’una e dell’altra azienda. Ma non c’è in realtà nulla di meno naturale, trattandosi semplicemente della genialata partorita a metà anni ’80 da quella lenza di Berlusconi che conosceva i polli del partito Rai e sapeva che sarebbero stati al gioco pur di guadagnare la sopravvivenza, purchessia, del sistema politico/corporativo delle Testate multiple (detto anche “pluralismo”).
È scontato che da un assetto così furbastro e concettualmente scivoloso non possano derivare altro che idee fragili, ambigue o ipocrite, sia quando si pretende di volare alto a delineare cosa sia il “servizio pubblico” sia quando si plana a tentare di conferire un quid razionale alla politica delle retribuzioni, come nel caso di Fazio, Vespa e compagnia.
Ma tanta confusione cesserebbe d’incanto nell’istante in cui la Rai rompesse il marchingegno duopolista con un semplice gesto e cioè destinando il canone esclusivamente ad alcuni “canali” e i ricavi pubblicitari ad altri, sempre suoi e sempre dedicati al “servizio pubblico”, ma che, essendo immuni da sovvenzioni pubbliche, pretenderebbero parità di regole (affollamenti etc) con i privati. Oppure rinunciasse del tutto ai ricavi pubblicitari ottenendo in cambio il pieno gettito del canone provvidenzialmente reso inevadibile dal passato governo mediante l’aggancio alla bolletta elettrica.
Se l’idea sembrasse troppo audace e innovativa, niente paura: è collaudata da mezzo secolo nelle tv di stato (BBC e Channel4) della Gran Bretagna. Che magari con Brexit diventerà Piccola, ma che della tv pubblica è da sempre l’incontestato punto di riferimento. Quando fa comodo.

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