Ci sarà pure bunker e bunker, ma Trump sta un po’ come Hitler – di Mariagrazia Enardu

Ieri, 7 senatori repubblicani ribelli hanno affossato il tentativo di cancellare l’Obamacare. Nella pattuglia, notevoli due senatrici toste. Brutte! Vecchie! direbbe Donald in apposito tweet. Che può strangolare l’Obamacare in mille modi amministrativi, lo farà. La sconfitta brucia, Trump si butterà sulla riforma fiscale, che farebbe grossi danni ma di impatto meno immediato.

Però la vera ossessione è un’altra, far fuori il ministro della Giustizia Sessions, uno dei suoi. Colpevole di essersi ricusato sul Russiagate e aver aperto la via all’investigatore speciale Mueller. Trump aspetta la pausa estiva, Congresso in vacanza, maggiori opportunità. La cosa suscita aperte critiche tra i repubblicani che pensano: oggi Sessions, domani noi. La fedeltà, al partito, se non proprio a Donald, non paga più.

C’è un paragone che emerge dalla memoria, il bunker di Hitler, nella versione di un film del 2004, “La caduta”. Ambiente claustrofobico, puzzolente, in disfacimento, mentre Hitler (uno straordinario Bruno Ganz) muoveva armate inesistenti, fustigava generali muti e complici o muti e terrorizzati. I più coraggiosi e competenti erano stati eliminati dopo il complotto del luglio 1944. Hitler usciva raramente, per decorare soldati bambini, Trump esce per arringare folle di fan. Tutti e due parlano solo di glorie passate (Trump semmai aggiunge la malefica Clinton), di vittorie future con armi segrete, mai un cenno alla spiacevole realtà dell’oggi.

Ma la vera differenza tra i due bunker sono i russi. Con Hitler, stavano fuori e avanzavano inesorabili. Con Trump stanno dentro, anche se ancora non si capisce bene come, pare alla fine si tratti di soldi. Ai gerarchi e simili di Washington ricordiamo che i fedelissimi di Hitler finirono a Norimberga, alcuni pure impiccati. Tutti e due i soggetti hanno dimensioni enormi, possiamo immaginare conclusioni da crepuscolo degli dei – sperando almeno di salvarci un po’ noi.

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