QE: hotel California della politica monetaria – di Gianmarco Mensi

Mercoledì Janet Yellen si è imbarcata nel più difficile esercizio di politica monetaria dei nostri tempi: vendere la montagna di titoli acquistata dalla FED dal 2009 ad oggi attraverso i ripetuti programmi di quantitative easing. Il QE rimane quanto mai controverso: a chi lo difende a spada tratta, per lo più banchieri centrali come Draghi e Kuroda, si contrappongono i numerosi critici che, come Picketty, ne evidenziano gli effetti sulla distribuzione della ricchezza o, come la Bundesbank, criticano gli effetti distorsivi sul sistema finanziario creati dalle politiche monetarie non convenzionali, C’è poi una pletora di indecisi, tra i quali va collocata anche la Yellen: in conferenza stampa ha dichiarato che il QE rimarrà tra gli strumenti a disposizione della FED in caso di estrema necessità, senza esaltarne particolarmente i pregi in condizioni di pseudo-normalità. Ed è questo il punto: che necessità c’era di continuare con il QE dopo il 2011? Va bene salvare il sistema da una nuova Grande Depressione, ma indurre i mercati ad una dipendenza patologica da centinaia di miliardi di acquisti mensili di titoli probabilmente no. E c’è di più, in quanto nessuno può dire se e come la normalizzazione potrà effettivamente procedere secondo il piano Yellen: potrebbe essere che la FED e le banche centrali dei paesi sviluppati, con trilioni di titoli in portafoglio, si trovino in una sorta di Hotel California della politica monetaria dove, come recita la leggendaria canzone degli Eagles, si può entrare in ogni momento, ma non si può mai uscire senza gravi danni.

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