Ore 10 del mattino: va in scena Comey – di Maria Grazia Enardu

Mezza America si è fermata, in orario di lavoro, schermi TV negli uffici e nei bar, noccioline e caffè, come la finale di baseball. James Comey, direttore molto licenziato dell’FBI, testimoniava sotto giuramento davanti alla Commissione Intelligence del Senato. Udienza pubblica, seguita subito dopo da un’altra a porte chiuse, il controspionaggio è materia delicata.
Comey è stato abile, e ha voluto iniziare con un’appassionata difesa dell’FBI. La ragione ufficiale del suo defenestramento, aveva detto Trump, era il disordine dell’FBI. Comey ha ribadito che Trump ha mentito, che il bureau è fatto di agenti leali e capaci e lui ha avuto l’onore di dirigerli. E poi ha dato la sua versione, così come l’aveva fermata in diversi memo scritti a caldo. Comey ha nella sua carriera incontrato Bush e Obama ma mai gli è venuta l’idea di scrivere un verbale. Con Trump sì, perché Donald voleva da lui qualcosa che definiva indirettamente – ma chiaramente. La sospensione o l’ammorbidimento delle inchieste russe: hacking, interferenze, contatti tra collaboratori di Trump e russi vari, in particolare Trump voleva salvare il consigliere per la sicurezza nazionale, il gen. Flynn, dimessosi perché aveva avuto colloqui segreti con i russi (e faceva lobbying pagato dai turchi).
La Commissione, per metà repubblicana e metà democratica, lo ha trattato con riguardo, addirittura il presidente Burr (repubblicano) lo ha sempre chiamato direttore, come se non fosse ora un privato cittadino. Molte domande, parecchie sulla base del testo scritto che Comey aveva già mandato alla Commissione, e molte risposte sono state rimandate alla seduta riservata. Comey era all’inizio rigido, ma poi si è letteralmente sciolto, e si è anche lanciato in una citazione letteraria. Trump voleva liberarsi di lui con qualsiasi scusa, come quando Enrico II fece assassinare Thomas Beckett chiedendo ad alta voce se c’era qualcuno che lo potesse liberare da quel prete. Comey ha precisato che il direttore dell’FBI – nominato per 10 anni onde garantirgli indipendenza dalla politica – svolge il suo incarico a totale discrezione del presidente. Può essere licenziato senza problemi, ma non dopo vari tentativi di assicurarsi la fedeltà di Comey per fermare alcune indagini. E’ stato Comey a far filtrare all’esterno le voci, al solo scopo di mettere in moto il meccanismo di un’inchiesta indipendente, affidata a Robert Mueller. Lo ha ammesso, è l’indiscrezione più autorevole di cui si abbia notizia ufficiale. La cosa che più gli bruciava erano gli incontri con Trump senza testimoni, Donald faceva uscire tutti, lo invitò pure una cenetta per due alla Casa Bianca. Comey, alto come un armadio, aveva addirittura chiesto al capo del Dipt di Giustizia, Sessions, di non essere lasciato solo con Trump. Voleva uno chaperone contro avances troppo spinte. Se poi ci sono registrazioni, come Trump ha minacciato, Comey – e tutto il paese – aspetta solo di sentirle.

Molte delle frasi di Comey saranno dissezionate in ogni sede. Ma lui ha fiducia in Robert Mueller, incaricato dell’indagine speciale, persona notoriamente incorruttibile. Mueller è stato direttore dell’FBI per ben 12 anni, e Comey lavorava sotto di lui. Si conoscono bene.
Trump non ha twittato in diretta, e la cosa è stupefacente. Ha anche un avvocato, dopo aver penato parecchio, ben 4 famosi studi legali hanno detto no. Kasowitz è uno dei suoi avvocati civilisti, secondo molti poco adatto a una situazione tra il penale e il costituzionale. La Commissione Senato e Mueller dovrebbero lavorare in parallelo ma non sono esclusi possibili conflitti di competenza. Aspettiamo le prossime puntate, e saranno tante.

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