La congiura dei polveroni – di Stefano Balassone

 

La telefonata di marzo dei due Renzi, attorno a cui è stato composto in fretta e furia l’opuscolo (dattiloscritto da Marco Lillo) che già ruba mercato a quello di De Bortoli, ci ha richiamato alla mente il 20 maggio del 1604 a Londra quando, regnante Giacomo I, successore di Elisabetta, veniva concepita la “congiura delle polveri”. La lungimirante idea era di far saltare per aria da lì a un anno e mezzo, il Sovrano e tutto il Parlamento, che non deflettevano dalla politica di rottamazione del partito cattolico, a suo tempo avviata da quel birbone di Enrico VIII. La polvere da sparo necessaria alla bisogna era affidata a un congiurato di nome Guy Fawkes. Che, complice una intercettazione postale, fu torturato –allora si usava così- e impiccato per tempo.
Oggi, volendo far saltare un politico ritenuto ostile, anziché i barili di polvere si fa esplodere la “opinione pubblica” che, come quella polvere, se ne sta quieta finché non ci butti dentro il cerino acceso di qualche “notizia” suscitando tempestosi polveroni.
L’eroe di queste congiure non è il sepolto Fawkes, ma il vispissimo FAKE, il figlio della società delle chiacchiere detta anche, alla Guy Debord, la società-spettacolo. Nella quale, piaccia o non piaccia, siamo costretti a vivere guardando, come i prigioni di Platone, ai titoli, ai tweet, alla battuta afferrata al bar.
L’antidoto al fake non è il fact checking, troppo figlio dell’illuminismo per essere diffusamente amato, e comunque prigioniero dei tempi delle magistrature che non sono quelli dell’opinione corrente. Sicché quando la verità viene a galla è quasi sempre morta, cioè priva di effetti e sovrastata da un fake più recente.
L’unico vero antidoto, del tutto coerente con la società dello spettacolo, finisce con l’essere la noia. Proprio come accade a teatro, quando le battute sono risapute o come sta lentamente, ma costantemente accadendo a Il Segreto, la estenuata telenovela di Canale 5 e ai talk show politici a cui gli spettatori, pure quelli elettivi, dedicano frazioni progressivamente ridotte di tempo.
Così perfino noi (che di talk non ce ne perdevamo uno) abbiamo progressivamente deviato su fiction, film e serie. Ma ci resta la preoccupazione per le sorti di quei, sempre meno, ma comunque milioni, che ancora non si ritengono annoiati a sufficienza. E non –così temiamo- per sete di informazione quanto per medjugoriana fede nella settimanale apocalissi della Verità. E dunque espressione di fanatismo potenzialmente contundente. Ma incurabile finché i media si accaniscono a prendere il pubblico per gli usuali fondelli. Con le sorti della democrazia affidate alle sole mani della benemerita, ma non onnipotente, Noia.

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