il potere? Non per comandare ma persuadere. USA Francia e la ‘coabitation’ secondo Marta Dassu’

I francesi, mi dice scherzando un amico di Parigi, sono ancora ossessionati dalla testa del re. Per questo – dopo la ghigliottina e dopo il bonapartismo – hanno comunque bisogno di un Presidente forte. Il loro rapporto con la «so- vranità» è rimasto nei secoli un rapporto nevrotico. Non so quanto sia davvero così, quanto conti ancora la testa mozzata del re nella psicologia collettiva del popolo transalpino. Ma si capirebbe poco della Francia senza tenere conto che il sistema politico attuale è il figlio travagliato di una Rivoluzione prima e poi del periodo napoleonico. Il Presidente incarna la sovranità, in modo visivo e tangibile, più di quanto possa fare il Parlamento dei sistemi che presidenziali non sono. Per questo, da Alexis de Tocqueville fino ad oggi, America e Francia si specchiano, pur nella loro strana e impari rivalità, l’una nell’altra: i sistemi politici rispettivi sono prodotti di due rivoluzioni, ossia di traumi politici e sociali che hanno stimolato una generazione di intellettuali a disegnare strutture costituzionali innovative per impedire il ritorno alla fase precedente. Oggi questi due sistemi che, in modi molto diversi, hanno vissuto fasi critiche e si sono adattati nel tempo , hanno di fronte una sfida simile: non un puro cambio di «sovrano», ma un cambiamento radicale, che ha messo fuori gioco, al momento della campagna presidenziale, i partiti politici tradizionali. Come si sa, Donald Trump è stato in realtà un candidato indipendente, che è riuscito in una sorta di opa ostile sul partito repubblicano. In modo più esplicito, è indipendente Emmanuel Macron, che ha di fatto svuotato al centro, con «En Marche!», il partito socialista. Per entrambi – se il caso francese confermerà la sconfitta di una donna (molto diversa da Hillary) come potenziale Co- mandante in capo – il problema è di riuscire poi a governare con il Parlamento. Stabilendo un nuovo equilibrio dei poteri. Quale equilibrio? Teniamo conto, in modo molto rapido, delle differenze strutturali fra le costituzioni di America e Francia. Il sistema costituzionale disegnato a Filadelfia nel 1787 prevede che presidente e potere legislativo siano separati. Il famoso meccanismo di «checks and balances» è affidato alla divisione dei poteri. La Francia è invece una Repubblica semi-presidenziale: il Presidente eletto nomina un primo ministro e il governo, a differenza che nel caso americano, deve avere la fiducia (o sfiducia) del Parlamento. Si è tagliata la testa al re, ma di fatto il sistema francese ha un esecutivo a due teste. E il Presidente ha il potere di sciogliere l’Assemblea nazionale – prerogativa che il Presidente degli Stati Uniti non ha. Nella V Repubblica immaginata da de Gaulle, la sovranità è quindi esercitata in modo verticale; nella costituzione americana, prevale il bilanciamento dei poteri nel cosiddetto «governo diviso». Resta che il problema centrale, per entrambi i modelli presidenziali, è sempre stato quello di oscillare fra forme eccessive di accentramento e rischio di impantanamento. Nel caso francese, di oscillare fra eredità bonapartista e fasi di coa- bitazione (con maggioranze politiche avverse in Parlamento); nel caso americano, fra presidenze «imperiali» collegate alle guerre (per usare la famosa espressione di Arthur Schlesinger Jr) e stallo totale nei rapporti con il Congresso. Se questa è l’eredità della storia, la sensazione è che oggi accentramento e impantanamento possano coesistere. Del resto, già secondo Alexis de Tocqueville, i confini fra le due tendenze, nei Paesi rivoluzionari, erano labili e corrispondevano alla psicologia della gente: fra voglia di essere governata e voglia di libertà, o di protesta. Se molta acqua sembra essere passata sotto i ponti, va ricordato che il bonapartismo puntò dall’inizio a classificarsi come né di destra né di sinistra, appellandosi al popolo francese. Oggi, la fine della contrapposizione (novecentesca) fra destra e sinistra risponde al pragmatismo centrista di Emmanuel Macron; mentre l’appello al popolo contro le élites fa parte dell’apparato retorico neo-populista di Donald Trump (e di Marine Le Pen). Il modo in cui si esercitano i contrappesi al potere del Presidente evolvono, naturalmente, con i cambiamenti della società e della tecnologia. Negli Stati Uniti, la presidenza Trump sembra avere esordito con tratti «imperiali» non più collegati alla proiezione esterna del potere, ma al fascino del potere solitario (il proprio e quello degli uomini «forti» in giro per il mondo) e all’uso di media non tradizionali per affermare un rapporto diretto con la gente. Salvo scoprire, come sta regolarmente avvenendo, che anche il Presidente indipendente ha bisogno del Congresso repubblicano per fare approvare le leggi. In Francia l’esperienza è ormai da decenni post-imperiale, anche come risultato della politica europea. Avere fondato l’Europa e averla poi condizionata (nel bene e nel male) ha obbligato i francesi a stemperare il proprio concetto assoluto, per quanto nevrotico sia, di so- vranità. Il vantaggio potrà essere quello di evitare la tenta- zione lepenista; il rischio è un governo debole, con una for- zata «cohabitation». Tuttavia, è possibile che emerga, dalle elezioni legislative di giugno, una sorta di Grande Coalizione alla francese. Il contesto non è certo più quello degli ultimi decenni: con la volatilità delle strutture partitiche, l’importanza crescente del tavolo europeo e le nuove minacce di sicurezza, il potere presidenziale avrà comunque margini notevoli di azione. Che il giovane tecnocrate francese, a volte accusato di impulsi bonapartisti, dovrà utilizzare al meglio in caso di vittoria oggi: non per «comandare» – dice una citazione famosa – ma per «persuadere».

La Stampa

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