Il grande shopping dei sauditi – di Maria Grazia Enardu

Le spese militari sono un argomento complesso, spesso segreto, di sicuro opaco. Pur senza competenze specifiche, due conti si possono fare.
Notizia: gli USA venderanno ai sauditi 100 miliardi di dollari in armi (di vario tipo, costose, aerei in primis) e si parla di 300 miliardi nell’arco di 3 anni.
Il bilancio militare saudita del 2017 è stato in crescita e si stima in 50 miliardi di dollari, quindi qui si parla del doppio, in un anno. I sauditi spendono molto nella folle guerra in Yemen, che sta provocando una catastrofe umanitaria, quindi in parte rimpiazzano quello che usano. Il loro vero nemico è però l’Iran, che non è minaccia chiara e immediata, come si dice in gergo, nemmeno sul piano nucleare, ma è pur sempre una grande potenza regionale, soprattutto in termini di popolazione e tecnologia, anzi istruzione. L’Iran è molto più dinamico della monarchia saudita, ed è sciita, nemico, anche se in realtà è un conflitto per la regione, non per la religione. La casa reale saudita, che per decenni ha sparso nel mondo la sua versione wahabita di Islam, teme inoltre sopra ogni cosa di perdere il controllo interno. Hanno pure finanziato, con cifre enormi, il nucleare pakistano, ma quella bomba islamica non è a loro disposizione, anzi i pakistani tendono ad essere freddini con i sauditi. Non so se definirla ingratitudine o buon senso.
Per avere un ordine di grandezza, il bilancio militare USA copre circa il 20% del totale e sono quasi 600 miliardi. Cioè ai sauditi in 3 anni si vendono armi per metà del colossale budget USA. Con meravigliosi affari per quello che Eisenhower nel gennaio 1960 chiamò l’apparato industrial-militare del paese. Di proprietà privata, ma con corpose ricadute su tutta l’economia e pure sulla tecnologia. Immaginiamo, anzi speriamo, che parte di questa surreale cifra si perda in rivoli da qualche parte, capita spesso, ma rimane pur sempre enorme.
L’Arabia Saudita si regge su un secolare patto tra casa regnante e islam chiuso. Per decenni ha avuto una gerontocrazia tribale, ma ora il ministro della Difesa, figlio del re Salman e vice erede al trono, è il trentenne Mohammed. Che è passato direttamente al potere ed è al centro di quella che lui definisce la modernizzazione del paese. Vuole però evitare ogni sia pure larvata condivisione del potere, ha seri problemi di bilancio (il petrolio non basta più) e nessuno salvo lui crede che il paese possa modernizzarsi, cioè creare fonti di reddito alternative. Di sicuro, salvo catastrofi, non si tornerà alla mitica quota di 100 dollari al barile. Inoltre, i sudditi sauditi sono abituati a vivere di rendite, ore gliele vogliono tagliare, e il paese è pieno di lavoratori stranieri, trattati male. Una miscela instabile, ma a Trump, e agli USA in genere, vendere armi torna sempre utile, perlomeno al momento. Una scelta che rende il Medio oriente ancora meno sicuro e che crea problemi soprattutto ai vicini (compresi i meno vicini, come la Russia) e anche all’Europa. Se il Medio oriente peggiora, noi ne saremo immediatamente colpiti, tra conflitti, emigrazione, terrorismo, gli USA meno. Non che i nostri interessi siano prioritari per Trump, ma sarà bene capire che una decisione del genere è irresponsabile, nella pura logica di America First, intesa nel modo più miope, cioè trumpiano.

Commenti chiusi.
I diritti d'autore appartengono alle rispettive firme. Santalmassiaschienadritta.it è uno spazio aperto a disposizione dei lettori.
La qualità del sito dipende anche dalla vostra collaborazione. Sappiate che inserendo dei commenti dovrete seguire le regole del sito e sarete gli unici responsabili di quel contenuto e delle sue sorti.