Ma di quale democrazia diretta si ciancia – di Giuliano Da Empoli

Nel caos amministrativo romano mancavano solo i referendum senza quorum e le petizioni elettroniche. Ma pare che questa lacuna sia destinata ad essere colmata presto, grazie ad una tempestiva proposta di riforma lanciata martedì dal sindaco Virginia Raggi. «When in trouble, go big», consigliava qualcuno. Il che tradotto vuol dire più o meno: quando sei nei guai, sparala ancora più grossa.

Se la giunta capitolina non riesce neppure a garantire l’ordinaria amministrazione, tanto vale rilanciare e puntare direttamente al modello svizzero. D’altra parte la democrazia diretta è, da sempre, uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle. «Bravi ragazzi, ha commentato ieri Grillo sul blog, Gianroberto sarebbe fiero di voi». Proprio vero, Casaleggio padre avrebbe approvato. Il che non è necessariamente un fatto rassicurante, se si pensa che lui pronosticava l’avvento della democrazia diretta globale per il 2054, dopo una guerra mondiale durata un quarto di secolo. Anche senza spingersi così in là, la visione istituzionale dei grillini qualche problema lo provoca già oggi.

Il primo, e più fondamentale, lo ha ricordato Sabino Cassese sulle pagine del Corriere della Sera. Nelle società complesse, la democrazia diretta è un miraggio impossibile, dietro il quale aleggia lo spettro del cittadino totale, chiamato a partecipare dalla mattina alla sera alle decisioni della comunità. Più che un sogno democratico, un incubo totalitario.
In pratica Beppe Grillo si scaglia un giorno sì e l’altro pure contro la forma di democrazia che conosciamo (recentemente ha detto che «sa di pesce rancido») nel nome di una democrazia che forse lui ha in testa, ma che per ora sulla faccia della terra non esiste.
Il risultato a quel punto è che la sua polemica, violentissima, contro la democrazia rappresentativa è, in realtà, una polemica contro la democrazia tout court. Le sue parole d’ordine, d’altronde, sono esattamente quelle dei movimenti anti-democratici dell’inizio del secolo scorso: basti pensare al Parlamento bollato come «larva vuota» o come «tomba maleodorante».

Fino a questo momento il modello alternativo proposto dal Movimento 5 Stelle pare consistere solo in una piattaforma privata, gestita senza la minima trasparenza, sulla quale si svolgono periodicamente votazioni delle quali non si sa praticamente nulla. Salvo che in genere i partecipanti sono pochissimi (in 66, ad esempio, hanno deciso il prossimo candidato sindaco di Monza, 122 mila abitanti). E che i risultati possono essere annullati se non sono conformi alla volontà di Grillo.
A Roma il sindaco avrà certo in mente la creazione di una piattaforma pubblica, che nulla abbia a che fare con la Casaleggio & Associati. Ma la soluzione di affidare decisioni fondamentali in materie tecniche, dalla formazione del bilancio alla gestione dei rifiuti, a piccolissime minoranze di blogger accaniti non sembra, francamente, la strada migliore per aiutare la capitale ad uscire dalla crisi infinita che la attanaglia.

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