Che tragedia se fossimo quello che mangiamo…

 

L’armata anticasta, affollata di entusiasti, incazzati, disperati e furboni (raccomandiamo la lettura del Cundari di ieri su Il Foglio), divora ogni giorno i pizzini che il lumpen giornalismo gli sventola davanti al click. Junk food per il cervello che nel frattempo –abbiamo visto a Report- si intossica anche con i cibi industriali che, per essere “buoni” sono zeppi di sale e/o grassi e/o zucchero. Quelli che danno l’estasi ai bimbi buoni -perché riguardano i medesimi recettori della cocaina- e grassocci. Un tossico dipendenza precoce, che resterà obesamente tale per tutto il resto delle sua abbreviate esistenze.
Il servizio più mirato ha riguardato la Coca Cola, che come pusher è il massimo e, in oltre un secolo, è riuscita a rappresentarsi come la via più breve al rutto liberatorio e anche come un elisir dell’affratellamento adolescenziale, tutto peace and love and maglioncini, per tanti che magari presto si ammazzeranno, ma restando comunque intrappolati nel consumo della bevanda. Tuttavia la leggenda nera sulla misteriosa formula, e gli inquietanti effetti della Coca Cola corre da tempo, ma i clienti non hanno smesso di bersela. E dunque, a riparlarne, è tutta pubblicità.
Più nuovo il discorso per il resto della industria alimentare, quella del sapore morbido, nutelloso, croccantoso etc etc. Qui, salvo che ci sia sfuggito qualche fotogramma, Report ha evitato di mostrare etichette, preferendo nominare i peccati –ed è già qualcosa- anziché i peccatori.
Un dire e non dire che viene da lontano. Nei primi anni ’80 c’era Di tasca nostra, che effettuava in solidi laboratori molte verifiche e misure, accompagnate da nomi, cognomi e classifiche di qualità (fu allora che scegliemmo la “nostra” marca di caffè (che qui non diciamo) e imparammo a tenerne a bada molte altre. Molto utile e interessante, non c’è che dire. Ma c’era un problema: gli “indagati” erano gli stessi che pagavano alla Rai fior di spot per esibire virtù che la Rai stessa smentiva. L’ambiguità della situazione era oggettivamente insopportabile, e così la trasmissione, proprio perché anziché starsene sul generico, era caratterizzata da reali accertamenti merceologici che permettevano di distinguere i comportamenti delle singole industrie, dovette smettere. Anche Grillo, del resto, che si era fatto le ossa imitando Ralph Nader e sfanculando STET (la Telecom di trenta anni fa), per scampare alle cause dovetti risolversi ad approcci meno mirati anche se più gridati.
Da allora, e sono decenni, abbiamo avuto tsunami di denunce generali e generiche, fino alle scie chimiche, ai “vaffa day” e al “tutti –proprio tutti- a casa”, che –proprio come la Coca Cola- ti danno il rutto liberatorio e il calore della appartenenza “contro”, mentre ti intrappolano nel consumo ripetitivo del luogo comune. Non che simili, epocali fenomeni discendano dalla assenza di Di Tasca Nostra. Ma chissà che un inizio di disintossicazione non possa contare nel prossimo futuro sulla sua riapparizione in Rai. Sempre che il Servizio Pubblico riesca, magari con l’aiuto della nuova Concessione/Convenzione, a creare canali –di quelli veri- che dalla pubblicità non dipendano né tanto né poco. Altrimenti è meglio che neppure ci provino.

Stefano Balassone
Ilfattoquotidiano.it
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