Come ha fatto la Rai a cadere così in basso?

“STASERA HO VISTO SU RAI TRE UN PROGRAMMA IN CUI LEI INTERVISTAVA ALCUNI “PRESUNTI” COLPEVOLI DEL ROGO E POI DELLA MORTE DI QUELLA RAGAZZINA DI FASANO. LA SUA ESPRESSIONE ED IL TONO DELLE DOMANDE SONO DA OSCAR DELLA COMUNICAZIONE. SE PENSO AI GIORNALISTI DI OGGI MI VIENE LA PELLE D’OCA….COMPLIMENTI E SALUTI DA BRINDISI

Oggi rispondo a questa lettera. Me la manda un lettore, Domenico Guarini, che mi offre l’occasione di parlare della TV pubblica, diventata in pochi anni quella che e’ sotto gli occhi di tutti. Quindi sara’ una risposta lunga. Domenico ha visto, la sera del 3 gennaio, il programma di Carlo Lucarelli su Rai3. Confesso che non guardo più la tv se non Sky. Ma immagino che il lettore si riferisca ad una puntata de ‘La macchina della verita’, dedicata ad uno dei più macabri, tragici e oscuri fatti di cronaca: l’assassinio di una ragazza, Palmina Martinelli. La trasmissione si imperniava sull’uso in TV di una procedura americana inedita in Italia, potenzialmente di enorme successo presso i telespettatori, il ‘lie detector’, la macchina scopribugie, per la trasmissione ribattezzata ‘la macchina della verita”. E così fu.
Mi fu affidata per non farmi stare senza far niente dopo le mie dimissioni dalla vicedirezione del TG2. Consisteva nell’invito fatto a protagonisti di fatti di cronaca perché venissero a raccontare la loro storia davanti alle telecamere. Era previsto che potessero farsi assistere da un loro staff (parenti, avvocati, amici). Prima avrebbero dovuto ricostruire la loro versione dei fatti. E poi sottoporsi al test della ‘macchina della verità’ per verificare se quanto avevano detto era verità o menzogna. Il protagonista si sarebbe seduto da solo sotto la statua in polistirolo di un angelo con la spada sguainata. Di fronte, in platea, lo staff e altri testimoni, anche della controparte, che partecipavano alla ricostruzione portando anche i loro diversi punti di vista.
Una cosa che mi lasciò interdetto e che mi fece capire molto sulla strada che stava imboccando la nostra televisione, fu che dopo le prime puntate il successo fu tale che cominciarono a scrivere cittadini qualunque che chiedevano di poter essere sottoposti alla macchina della verità. E quel che mi lascio’ più basito per quanto raccontava sul ruolo politico e sociale che stava assumendo in Italia la TV, fu quando ci scrisse l’imputato dell’omicidio di Palmina per sottoporsi, proprio lui, che era stato assolto in Cassazione, per sottoporsi (sottomettersi?) al test della macchina della verità. Gli chiesi chi glie lo faceva fare, era stato assolto definitivamente……
E la risposta fu tremenda. Per tutta la categoria dell’informazione. Mi disse: “Vede Santalmassi, in questi anni, anche se sono stato assolto, la rappresentazione che e’ stata data di me fa si’ che io in paese, dalle mie parti, venga sempre e ancora chiamato “l’assassino”‘. Insomma, la televisione usata come il giudizio di Dio, l’unico in grado di ristabilire la verità di fronte a tutti. Insomma, quanto di più falso potesse immaginarsi.
La trasmissione era registrata. Perché il programma durava 75 minuti, ma un’ora la prendeva soltanto il test. Che era fatto da un americano, che veniva tutte le settimane dagli Stati Uniti per fare questa prestazione professionale e che nel suo paese, Detroit se non ricordo male, lo faceva per mestiere, a disposizione delle procure e dei tribunali. Durante l’istruttoria in studio il caso fu ricostruito, non solo con la testimonianza del protagonista, ma anche con quelle della platea. Li’ sedeva anche il fratello di Palmina che diede la sua versione. Incredibile e inverosimile. Con le stesse oscurità che lo avevano portato all’epoca sul banco degli imputati prima, indagato dalla procura di Brindisi, e poi assolto com molti dubbi in istruttoria. Al sentire il suo incredibile racconto, a me scappo’ detta questa frase: “Mica pretenderà che le creda, vero? Se ne ha il coraggio, venga a ripetere tutto quello che ha detto qui, sedendosi sulla poltrona della macchina della verità”. E sorprendentemente lui raccolse la sfida. Attimo di perplessità, poi accettai di fare questo fuori programma. La trasmissione fu interrotta, e ripresa con il nuovo test in uno studiolo a parte. Passo’ un’ora e mezza. E alla fine il tecnico americano venne di corsa da me, teso e tutto sudato ed eccitato, dicendo “abbiamo trovato l’assassino, abbiamo trovato l’assassino”. A questo punto dovetti decidere sul che fare. E decisi di censurare la trasmissione, facendo la puntata normale come se niente fosse accaduto. I motivi per decidere in tal senso furono i seguenti.
Chi era invitato a sottoporsi al lie detector lo faceva consapevolmente, ma anche informato e preparato su tutto, portando le carte processuali prima della trasmissione e soprattutto portandosi il proprio avvocato che poteva liberamente intervenire in ogni momento per rettificare o chiarire il senso delle affermazioni del suo assistito. In quel caso, invece, l’invito in studio era stato repentino, il fratello di Palmina (tutte persone semplici, con poca cultura giuridica e consapevolezza delle eventuali conseguenze, comunque impreparata alle gestione della trasmissione) solo, senza avvocato ne’ testimoni, perché non era previsto che fosse lui a sottoporsi al test, era come se fosse caduto in una trappola tesagli involontariamente dal sottoscritto (avevo detto quella battuta non immaginando mai che avrebbe accettato).
Inoltre, che conseguenza avrebbe avuto la trasmissione del secondo test, quello sul fratello di Palmina? Una sola: il massacro dell’immagine di quell’uomo, indagato e prosciolto in istruttoria. E assolutamente nessuna conseguenza giuridica. Infatti il nostro ordinamento non prevede l’uso del lie detector, ne’ del siero della verità. Ne’ col consenso dell’imputato. E neppure si richiesta dell’imputato. Certo, se l’avessi trasmesso quel secondo test personalmente ne avrei ricavato la consacrazione del sottoscritto come autore di un formidabile scoop televisivo e avrei potuto avere chissà quale sviluppo del mio mestiere (Lamberto Sposini, Vespa da Cogne insegnano). Così rinunciai a fare una certa carriera, continuai a fare il giornalista di un certo tipo, rispettoso delle regole e delle persone.
Naturalmente avevo un problema personale: la macchina della verità era uno strumento che in quei tre mesi di programmazione non aveva mai sbagliato un colpo. Era uno strumento legale negli Stati Uniti non proprio l’ultima democrazia giudiziaria del mondo; sottoporsi al test era obbligatorio per farsi assumere in certi rami della pubblica amministrazione (servizi segreti, uffici delicati, certi incarichi militari o industriali). E il consulente era un consulente dell’amministrazione statunitense. Per di più la macchina aveva dimostrato la sua totale attendibilità anche nella puntata preliminare che avevamo fatto per spiegare come funzionava e se fosse affidabile. Il mio problema di coscienza (da notare che assolto in istruttoria il fratello e in Cassazione l’imputato principale, l’assassinio atroce di Palmina Martinelli uccisa dandole fuoco, rimaneva impunito) lo risolsi facendo fare al consulente americano una perizia professionale. Ne feci fare una traduzione giurata da un perito del tribunale di Roma. Ci allegai i cinque tracciati del lie detector e una mia relazione, e spedii tutto per raccomandata alla Procura di Brindisi.
Non ebbi un cenno di risposta. E fu giusto così.
Io continuai a fare il giornalista che avete conosciuto e in qualche caso stimato, e secondo me fu meglio così.
Concludo facendo io i miei complimenti al lettore: tralasciando l’Oscar, forse avevo una faccia esplicita come dice lei caro Domenico. Ma lei ha colto qualcosa di più: quella per me fu una puntata drammatica, e la racconto volentieri per la prima volta, a piu’ di 20 anni di distanza. A testimonianza di uno spirito di servizio pubblico e di rispetto che la TV di stato non ha più.
Non mi hanno più chiamato a fare TV spettacolo. Ed e’ stato molto meglio così, soprattutto per me che ho potuto coltivare la passione del giornalismo per quello che soprattutto vale: non fare spettacolo, ma il cane da guardia a tutti i poteri.

4 Commenti a Come ha fatto la Rai a cadere così in basso?

  1. Alessandra 7 gennaio 2011 at 02:18 #

    Grazie signor Santalmassi
    per non farci sentire così soli e abbandonati… Ci siamo… Lo share non ci conta, ma ci siamo. Lei testimonia 'la presenza di un'assenza'…Grazie. Alessandra

  2. Michele Reccanello 7 gennaio 2011 at 11:22 #

    Buonasera caro Santalmassi,

    La risposta alla domanda del titolo è facile, la conosciamo benissimo tutti, la soluzione al problema è un po più difficile.
    Personalmente sarei per la privatizzazione (Berlusconi off-limits) anche perché stufo di vedere la TV pubblica che insegue continuamente i modelli, e i programmi del Biscione. Gossip, Reality, telegiornali trasformati in notiziari di cose futili, sono tutta farina del sacco delle reti Fininvest. Io da utente che paga il canone chiedo qualità alle trasmissioni RAI.
    La qualità era cosa di 30, 40 anni fa – forse sono un nostalgico della RAI che fu – quando la pubblicità era relegata in un angolino, e la televisione volgare, complice anche una morale più bacchettona, non veniva permessa. C' era anche allora la politica nel mezzo, ma ci sono stati anche programmi che hanno fatto epoca. E ora?

    Saluti.

  3. miguel mora 11 gennaio 2011 at 10:19 #

    Una storia impresionante, caro maestro.

  4. tony582k 24 gennaio 2011 at 01:26 #

    Ho avuto l'onore di lavorare con te, Giancarlo, in Rai, quando era ancora un vero servizio pubblico.
    Adesso mi vergogno a raccontare che ancora ci lavoro.
    Ma il tempo e' galantuomo…
    Antonio

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